sabato 5 novembre 2011

«Ero un'amica degli ebrei mi spedirono a scavar trincee»

Nanda Sparavieri di Illasi, moglie del giurista Trabucchi, ricorda gli anni delle persecuzioni

Sfollata a Colognola ricevette la cartolina precetto come un militare: «Era a causa delle mie simpatie» Reichenbach: «Poca solidarietà dai veronesi»

«Non possiamo dire di aver ricevuto molta solidarietà dai veronesi dopo le leggi razziali», ha ammesso  con amarezza Gian Giacomo Reichenbach, «perché ci sono state sbattute in faccia molte porte da quanti consideravamo amici».

L'ebreo che si salvò con la sua famiglia dallo stermino grazie alle informazioni della babysitter tedesca a servizio a casa sua  e che fin dal 1933 raccontò in casa ciò che stava succedendo in quegli anni in Germania è l'aspetto meno «decoroso» dell'atteggiamento anche solo indifferente, ma talvolta ostile, di tanti. «Solo la contessa Ginevra Sparavieri, coniugata De Amicis, crocerossina con mia madre Marcella Jenna sul fronte della prima guerra mondiale, non si risparmiò per aiutarci», proseguì il racconto di Reichenbach e oggi arrivano le conferme da una testimone di quei fatti e di quegli anni.

Nanda Nanni Sparavieri, che di Ginevra è nipote, figlia della sorella Emma e diventata poi moglie dell'insigne giurista Alberto Trabucchi, per 42 anni sindaco di Illasi, racconta: «Ero ragazzina e ricordo Marcella Jenna che veniva in casa nostra e l'amicizia che c'era con la zia e con mia mamma. Io non partecipavo alle discussioni, ma mi chiamavano a salutare, come si usava allora per le buone maniere».

Abitavano in piazza Bra da dove Nanda si allontanò all'età di 11 anni, assieme alla sorella Raffaella, per la morte di entrambi i genitori, ospitata dalle sorelle della madre, Margherita prima e Bianca poi, a Milano. A Verona ritornò allo scoppio della guerra, dopo che fu bombardata la casa milanese e dopo un breve periodo da sfollata in una casa di campagna a Castellanza presso dei parenti. Ricorda le frequentazioni con tanti giovani ebrei.

«Li apprezzavo per la loro intelligenza e simpatia. Non ho mai avuto grandi entusiasmi per il fascismo, fin da piccola, forse perché ho sempre odiato le cose imposte: mi rifiutavo, ad esempio, di andare a scuola con la divisa da "piccola italiana" e questo mi procurava dei rimproveri e dei castighi da parte degli insegnanti, mentre i miei genitori non se ne preoccupavano affatto. Da grande, la frequentazione di amici ebrei deve aver dato fastidio a qualcuno, credo a Era Rizzardi, con la quale eravamo anche imparentati, ma che era a capo del Fascio di Verona. Quando veniva a casa nostra c'erano spesso discussioni accese su questo argomento perché lei conosceva le mie idee e sapeva delle mie amicizie».

I primi bombardamenti su Verona costrinsero Nanda a cercare rifugio da sfollata a Caldiero, nella villa Sparavieri Faccioli, ma anche quella non era un posto sicuro per la vicinanza della ferrovia, spesso obiettivo di incursioni aeree. Si trasferì così a Colognola dai parenti Maffei e fu lì che le arrivò la cartolina precetto: «Sì, come fossi un militare. Arrivò solo a me della mia famiglia e ho sempre pensato che fosse stato a causa delle mie simpatie e amicizie con ragazzi ebrei. Mi dovevo presentare a spalare terra per costruire fossi e trincee», ricorda Nanda Nanni Sparavieri. Un lavoro che per costituzione fisica e abitudine non sarebbe stata in grado di fare neanche per una giornata. «Per questo chiesi aiuto a un amico presidente della Cassa di risparmio di Verona che mi prese a lavorare allo sportello per sottrarmi alla squadra spalatori», racconta.

Con la cartolina precetto le arrivarono anche cartoline anonime che la minacciavano per le sue amicizie con ebrei «pericolosi»: «Pochi sapevano del mio rifugio a Colognola e dunque non è difficile individuare la fonte di quelle missive. Ma ancora oggi mi chiedo perché», aggiunge, «soprattutto non riesco a spiegarmi perché ci sia gente che si ostina a negare la Shoah, le persecuzioni e i campi di sterminio. Sono fatti accaduti, non si può tacere». Per questo servono testimonianze di coraggio, come la sua, finché sono vivi e lucidi quanti hanno vissuto quelle vicende sulla loro pelle: «Ma ci crederanno i giovani d'oggi? Noi siamo testimoni troppo educati», conclude con l'amarezza di chi teme di non essere ascoltata.

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