sabato 5 novembre 2011

19 LUGLIO 1944: due protagonisti della Resistenza raccontano la Liberazione di Livorno

È la sera del 18 luglio 1944. Una notte nera, nera come la vita lo era ormai da quattro anni lungo tutto lo Stivale, e più ancora a Livorno, dopo l’8 settembre, e il conseguente fatidico 12 novembre 1943 dei cavalli di frisia e del filo spinato che sprangarono il cuore della città. «Achtung! Verboten» quelle due parole da quel giorno avrebbero delimitato la «zona nera», tutto il centro città completamente evacuato e in mano ai tedeschi, quelle due parole per i livornesi avrebbero delimitato per sempre tutto un mondo che spariva e non sarebbe più tornato.

Ma quella sera, quel 18 luglio, quel nero fu macchiato irrimediabilmente. «In quelle ore tutta Antignano si rivestì di bianco – Aroldo Figara (foto sotto), allora ventisettenne membro del C. L. N. provinciale come delegato del movimento dei cristiano-sociali, ce lo dice come se l’emozione lo colpisse di nuovo oggi – La gente faceva sventolare fuori dalle finestre asciugamani e lenzuoli bianchi. Era il segno della resa così come aveva suggerito di fare il Comitato di Liberazione provinciale».

Il segno della resa, ma anche la fine di un incubo, quel bianco significava di nuovo la speranza: il giorno dopo, «alle 7 in punto» - ci dice Figara, sarebbero arrivati gli americani.

La «34th Infantry Division», la Divisione Toro Rosso della Quinta Armata comandata in quel momento dal Maggiore di Fanteria Carl Keith, raggiunse Livorno dopo aver risalito la penisola, per poi attestarsi sulla Linea Gotica nel settembre del 1944.

E quel giorno lo ha ben impresso nella memoria anche Mario Razzauti, padre del Vicario Generale monsignor Paolo, che allora aveva 33 anni e anche lui, proveniente dall’A. C., aveva partecipato attivamente, insieme a Figara, Luciano Merlini, Renato Orlandini, Erminia Cremoni e altri, al gruppo dei cristiano-sociali fondato nel 1942 da don Roberto Angeli. Razzauti fu fatto prigioniero per ben due volte: la prima dai fascisti, dai quali riuscì a fuggire fortunosamente quando già era stato condotto a Firenze, la seconda, catturato dai nazisti, riuscì a farla franca grazie ad una crocerossina, parrocchiana di S. Jacopo, che era riuscita ad ingraziarsi una SS austriaca.

In quel 19 luglio Razzauti era nascosto: «Gli ultimi giorni dell’occupazione tedesca erano stati terribili – ci racconta – i tedeschi intensificarono i rastrellamenti, per le strade giravano soltanto le donne per fare la spesa: la città era deserta. Quella mattina ero nascosto insieme a tre miei cugini in un magazzino appartenente ad un mio anziano zio, all’Ardenza. Poi quando sentimmo arrivare gli americani, ci precipitammo per la strada». Furono momenti di liberazione vera, con gli americani accolti trionfalmente: con i carri armati portavano in dono la libertà, ma erano stati anche i principali artefice della distruzione quasi totale degli edifici della città.

Figara ci fa rivivere in presa diretta i suoi primissimi passi da uomo libero: «La mattina del 19 luglio, avendo saputo tramite il C. L. N. dell’imminente arrivo degli americani, partii prestissimo da Antignano, dove abitavo, e raggiunsi a piedi l’Ardenza. Là, insieme agli altri esponenti del Comitato, ci incolonnammo dietro una bandiera tricolore, pronti ad accogliere i liberatori. In via del Mare vidi spuntare la jeep del maggiore Keith che era accompagnato da altri tre militari. Dietro di loro un camion con le mitragliatrici sul tetto».

Poi, nel fiume dei ricordi, ecco affiorare i primi oggetti simbolo di libertà. «Con la delegazione americana ci dirigemmo verso Villa Trossi Uberti, lì ci insediammo nella sala grande, ed è lì che il maggiore Keith ci informò che era stato incaricato dall’esercito americano di prendere possesso di Livorno. Ma la cosa che ricordo meglio – ci dice con un risolino malizioso Figara – è la schiera di ufficiali, generali e colonnelli che entrarono nella sala portando con sé le prime sigarette americane». Anche Razzauti ha bene impressi nella mente quegli oggetti: «Nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione ricordo perfettamente gli americani che per le strade distribuivano cioccolate, saponette e sigarette».

Figara ricorda poi i primi segnali della immediata voglia di rinascita: «Il mattino dopo la Liberazione passavo vicino al ponte della ferrovia all’Ardenza che era stato fatto saltare in aria due giorni prima dai tedeschi per rallentare l’avanzata dell’esercito statunitense. Sul posto trovai due operai livornesi che con la fiamma ossidrica cercavano di liberare la strada dalle verghe. All’improvviso sbucò un bulldozer americano che in quattro e quattr’otto sbarazzò il campo dalle macerie».

Prima del 19 luglio 1944

Ma la rinascita era cominciata molto prima. O meglio, la fiamma della speranza, della lotta, della resistenza non si era mai spenta. Qui le parole di Mario Razzauti (foto sotto) e Aroldo Figara si fanno più intense, si popolano di aneddoti e personaggi da non dimenticare, ma soprattutto sembrano illuminate dagli influssi ancora ben vivi di una figura che emerge dalle loro parole in tutta la sua grandezza: don Roberto Angeli (foto in coda all'articolo). Fu lui il «promotore e il motore» della resistenza cattolica a Livorno contro il nazifascismo.

«Con lui – ci dice Razzauti – vivere il Vangelo fino in fondo era scontato. A quell’epoca era giovanissimo – nel 1944 aveva 31 anni – eppure si rimaneva meravigliati da quella sua capacità di infonderci coraggio, da quella sua fiducia incondizionata, da quell’ardire che contraddistingueva ogni sua azione». Don Angeli fu catturato dai tedeschi il 17 maggio del 1944: da lì iniziò il suo calvario che si concluse solo nel maggio del 1945, con il suo ritorno a Livorno, dopo aver «visitato» i campi di concentramento di Fossoli, Mauthausen e Dachau. (Di quell’esperienza ha lasciato un preziosissimo documento: «Il Vangelo nei Lager»).


Razzauti non può fare a meno di menzionare alcuni nomi: come Emilio Angeli, padre di don Roberto, soprannominato il «nonnino», una «preziossissima spia per gli americani, che spessissimo faceva la spola in treno tra Livorno, Roma e Firenze rischiando moltissimo (anche lui fu catturato e poi miracolosamente sfuggito alla fucilazione, ndr)», ma anche l’impiegato del Comune Vincenzo Villoresi, il quale «forniva a don Angeli carte d’identità false per far fuggire gli ebrei».

E poi alcune figure di preti come don Renzo Gori, cappellano di S. Pietro e Paolo, che dopo la forzata evacuazione di Livorno, andò ad esercitare il suo ministero a Pieve di Camaiore e «fu fucilato perché si recava a seppellire l’ennesima vittima dei tedeschi» o ancora don Italo Gambini, «un sostegno per la popolazione di Castiglioncello che morì, a soli 25 anni, dieci giorni prima della Liberazione, ucciso da una mina mentre tentava di salvare alcuni parrocchiani».

Ma i ricordi di Razzauti si soffermano a lungo anche sull’allora vescovo di Livorno, monsignor Giovanni Piccioni: «Fu l’unica autorità cittadina – sottolinea con forza Razzauti – a rimanere in città: non volle allontanarsi dal suo gregge, e andando contro a tutti quegli che gli mettevano davanti i rischi mortali della sua permanenza, non si mosse dal collegio dei seminaristi cecoslovacchi a Montenero, dove fu ospitato dopo il bombardamento del Vescovado».

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