domenica 26 giugno 2011

Anna Cherchi


Nata a Torino nel 1924, residente a Torino

Arresto
effettuato dalle SS, il 19 marzo 1944, nelle Langhe tra Carrù e Doglioni (CN), come partigiana combattente

Carcerazione
a Torino, all'Albergo Nazionale, sede SS, poi alle Carceri Nuove

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Ravensbrück, matricola n.44.145, poi a Berlin-Schönefeld (sottocampo di Ravensbrück), matricola n.1.721

Liberazione
avvenuta il 28 aprile 1945, durante una marcia della morte da Schönefeld a Ravensbrück, da parte dell'Armata Rossa

Ritorno a casa
non assistito

Note: nel gennaio del 1945, per due volte fu portata nel Lager di Sachsenhausen, in cui le furono estratti 15 denti
 
La testimonianza

Sono Anna Cherchi, sono nata a Torino il 15 gennaio 1924.

Ho vissuto nelle Langhe fino all'arresto. Eravamo contadini. L'arresto è avvenuto ad opera dei Tedeschi il 19 marzo 1944, durante un rastrellamento, perché ero partigiana combattente. Prima ero staffetta. Già il 7 gennaio 1944 i Tedeschi erano venuti, avevano bruciato la nostra casa e io ero riuscita a fuggire. Erano venuti accompagnati dai Repubblichini e avevano razziato tutto quello che potevano. Avevano cinque camion, li hanno riempiti di tutto.
Mi hanno arrestata nella Langhe, tra Carrù ed Oliani e mi hanno tenuta una notte in una prigione di fortuna, un magazzino di pali. Al mattino presto bussano alla porta, devo prepararmi e vestirmi. Io non mi ero nemmeno svestita. Andiamo a Torino, mi dicono. Abbiamo preso il treno e siamo arrivati a Torino alla stazione di Porta Nuova. Prima di portarmi nelle carceri in Corso Vittorio 27, mi hanno portato all'Albergo Nazionale, sede della SS, comando territoriale di Torino, e lì c'era il famoso Capitano Smith. A vederlo sembrava una persona gentile, per bene, e io ho pensato 'non sono poi tutti come crediamo noi', ma mi sono ravveduta subito. Mi sono ravveduta perché quando non ho risposto come voleva lui alla domanda che mi ha fatto, ha incominciato a diventare burbero, a diventare quello che veramente era. Volevano sapere dove erano state nascoste delle armi e io ho detto che sapevo che le armi erano arrivate, ma non dove le avevano messe perché ero in un altro gruppo, e ho sempre sostenuto quello. Il Capitano Smith non l'ha digerito, voleva sapere dove erano queste armi, io ho continuato a dire non lo so e lui non è stato tanto gentile. Più che le botte lui adoperava i suoi mezzi, era ben attrezzato, metteva le matite tra le dita, poi serrava le dita in mezzo alla morsa che aveva appesa alla scrivania e stringeva le dita con le matite dentro. Le unghie sanguinavano.
Alla sera mi portano in carcere nella cella 22 e lì trovo tre donne. C'era un'ebrea, una certa Levi, il nome non lo ricordo più, una persona anziana, e verso il 10 o 12 aprile è arrivata Lidia Rolfi. Per un mese consecutivo tutti i giorni venivo presa al mattino, portata all'Albergo Nazionale e riportata indietro alla sera. Il primo giorno mi hanno dato da mangiare a mezzogiorno perché le carceri non sapevano ancora del mio arrivo, quando poi tutti i giorni venivano a prendermi sapevano che dovevano mettermi via il mangiare. Io poi arrivavo ed era tutto freddo, potete immaginare. Là dalle SS da mangiare non me ne davano, a mezzogiorno loro andavano a pranzo e io restavo nel corridoio, non mi davano niente. Per un mese la stessa storia, entravo dentro e il capitano Smith insisteva, io insistevo sulla mia tesi, ho sempre detto non lo so, non ero lì, non ero presente e non so dove le hanno messe. Lui ha adoperato tutti i mezzi, persino la scossa elettrica. C'era una sedia di ferro, come c'era una volta negli ospedali, di quelle sedie con i braccioli. A una gamba di questa sedia hanno messo una presa. Era il mese di marzo e faceva ancora freddo. Lui aveva una stufa elettrica nell'ufficio, e aveva un interprete, un ragazzino ebreo che parlava tedesco - perciò l'hanno tenuto, mentre la famiglia l'avevano mandata via - , gli facevano fare da interprete e gli facevano fare anche quel lavoro lì. Staccava la spina dalla stufa e toccava la gamba della sedia, appena toccava già mi dava la scossa. Un bel giorno l'ha lasciata un attimo di più e io sono svenuta, sono andata per terra e ho battuto la testa da qualche parte, così quando mi sono ripresa ero tutta bagnata, perché mi avevano buttato l'acqua addosso per farmi rinvenire, e avevo già un cerotto sulla testa, sanguinavo.

Da quel giorno non sono più venuti a prendermi, ho continuato a stare in carcere.


Il 29 di giugno i Tedeschi ci dicono che ci portano in Germania. Sono venuti di notte, ci hanno chiamate sotto, eravamo quattordici, ci hanno caricate su un camion e ci hanno portate a Porta Nuova, dove c'era già la tradotta pronta. La chiamavano tradotta ma era un treno, un carro bestiame. Arriviamo a Innsbruck, ci fanno scendere tutti e il nostro vagone viene agganciato a un treno che andava a Berlino. A Berlino ci fanno scendere e saliamo su un treno locale, finalmente non eravamo più in un carro bestiame ma in un vagone normale di terza categoria, o forse anche di quarta, comunque un vagone normale. C'era la gente che saliva, era presto e andavano a lavorare. Noi quattordici ci hanno sistemate in due scompartimenti.
Siamo arrivati in una piccola stanzioncina, la stazione di Fürstemberg, e a piedi ci hanno portate a Ravensbrük. C'era una bella strada asfaltata e a un certo punto abbiamo avuto una visione bellissima. A destra c'era il lago, a sinistra tutte villette, una più bella dell'altra, eravamo poi a fine giugno o 1° luglio, ed erano piene di fiori, sembrava che facessero a gara a chi aveva la finestra e il balcone più bello. Tanto era bello a vedere che noi ingenue, sapevamo che andavamo a lavorare, ma abbiamo pensato guarda in che bel posto ci hanno portate. Quella visione dopo un po' è sparita, ci siamo trovate davanti un muro altissimo, nero, brutto, e abbiamo detto che fabbrica brutta è questa, non possono dare un po' di bianco? con tutto il bello che abbiamo avuto fino ad adesso!. C'era una sbarra come nei passaggi a livello, l'hanno alzata e ci hanno fatto entrare. I due tedeschi che ci accompagnavano sono entrati negli uffici, hanno consegnato la loro cartella con tutti i nostri documenti e sono spariti.
Avevamo una compagna, Carletti Cesarina, detta Nonna Mao, che aveva due valigie grosse, piene zeppe. I Tedeschi avevano detto alla sua mamma di procurarle tanta roba di lana perché dove andava faceva freddo ed effettivamente era una zona fredda, perché il mese di luglio, quando alle sette del mattino si andava all'appello, si batteva i denti, un po' per la paura ma anche per il freddo, tanto è vero che la chiamano la piccola Siberia. Allora lungo questo percorso lei chiede ai due tedeschi che l'aiutassero a portare le valigie. Figuriamoci! Loro sapevano cosa c'era in quella villette e non lo facevano anche per loro. Allora lei si è arrabbiata e dice se non mi aiutate io le metto qui e non mi muovo più. Ha messo quelle due valigie in mezzo alla strada, ci si è seduta sopra e noi a cercare di convincerla, dai ti aiutiamo noi, perché andavamo incontro all'incognito e non sapevamo cosa poteva succederci. Lei nient'affatto! sono loro che mi devono aiutare. Ad un certo punto da una di queste villette si apre una finestra e viene fuori una che si mette a sbraitare in tedesco. Quello che diceva per noi era tabù, non capivamo, ma appena finito, la nostra compagna, la Carletti, tutto quello che le è venuto in mente, tutto quello che si può dire di brutto a una persona, lei gliel'ha detto. Allora le abbiamo strappato quelle valigie, l'abbiamo tirata fino a che l'abbiamo fatta partire e siamo arrivati lì. Loro hanno consegnato i documenti e poi se ne sono andati, ci hanno fatto entrare nel piazzale, e a un certo punto vediamo una carabiniera in divisa, con la bustina in una mano e il frustino nell'altra, entra tutta marzialmente e non si sbaglia, va a beccare la Carletti. Era riconoscibile perché aveva dei bei capelli neri ed era pettinata con quell'onda alla Rita Hayworth. Non si è sbagliata, è andata l'ha presa e l'ha tirata fuori, lei quelle che non ha voluto gliele ha ricambiate, poi l'hanno portata dentro, e lì dice che l'hanno di nuovo picchiata e le hanno tagliato i capelli. Quando è uscita fuori siamo rimaste stupefatte a vederla, la testa sotto i capelli neri ancora più bianca, quella testa tutta bianca, poi lei aveva i zigomi grossi, era una bella donna però con quella testa pelata! Ed io ho avuto, non so perché mi è venuto, gliel'ho detto e non me l'ha mai perdonato, quando era arrabbiata me lo rinfacciava sempre, lei si chiamava Cesarina ma noi la chiamavamo Cesi per fare in fretta, le ho detto: Cesi, sembri il Duce. Non gliel'avessi mai detto.
Ci hanno fatto stare tutto il giorno lungo quel muro, tutto il giorno sotto un sole cocente. Alla sera quando già veniva buio hanno aperto una porta e ci hanno fatto entrare, non abbiamo visto cosa c'era dentro perché era buio, non c'era luce, poi hanno chiuso la porta e ci hanno lasciato lì. Abbiamo capito che era una doccia perché c'erano le pedane ed erano bagnate. Durante la notte abbiamo sentito un fracasso della malora, è arrivata altra gente e sono arrivate altre donne.

Cosa facevano? Avevano un secchio, dentro il secchio c'era un pennello e un liquido che ti passavano dalla testa ai predi. Era creolina, puzzolente che non finiva mai, e bruciava. Una delle prime che non lo sapeva, non so se la Irma di Biella, non ha chiuso gli occhi e gli è andato negli occhi. Gli ha dato problemi per un po' di giorni, perché brucia e può anche rovinarteli. Ora sapendolo, quando si entrava si cercava di tenere gli occhi e la bocca chiusi. Finita la disinfezione c'era poi la vestizione. Ho dimenticato di dire che il giorno, lungo quel muro, ci hanno fatto spogliare, togliere tutto quello che avevamo indosso, piegare tutto per bene, mettere tutto ammucchiato vicino al muro, per ultime le scarpe perché il mucchio non andasse per terra, e siamo rimaste nude. Alla fine ci hanno vestite.
Ti chiamavano col numero, ma lo chiamavano in tedesco, tu che non capivi il tedesco non uscivi ed erano botte. Il mio numero era 44.145. Allora per noi Ravensbrük era un nome insignificante, non sapevamo cosa voleva dire. Ravensbrük in tedesco vuol dire ponte dei corvi, ma noi questo l'abbiamo saputo solo in seguito. Siamo rimaste dal 1° luglio fino verso il 20 agosto, poi hanno formato il Kommando e ci hanno portato a lavorare alla Volkanblum, una fabbrica dove facevamo apparecchi da bombardamento, i Messerschmitt 709. Facevamo tutto meno l'impianto elettrico, che arrivava già tutto predisposto, solo da montare, ma in un altro reparto, non era compito nostro.
Un giorno sono arrivate tre suore e sono rimaste lì tutte e tre. Noi abbiamo saputo dalle francesi che erano suore francesi. Bisogna dire che le francesi si aiutavano in un modo stupendo, erano solidali l'una con l'altra, una cosa incredibile, e hanno cercato subito di fare qualcosa per queste tre, vuoi perché erano suore, vuoi perché erano francesi. Ma le due anziane subito il giorno dopo le hanno portate via ed è rimasta solo la più giovane. Era vestita come noi, l'avevano messa a lavorare, non ricordo che lavoro faceva, fatto sta che questa suora, tutte le sere o tutte le mattine, perché noi si lavorava dodici ore al giorno, una settimana di giorno e una di notte, questa suora finito il lavoro, prima di andare nel letto a castello, diceva le preghiere. Si inginocchiava ai piedi dei castelli e diceva le sue preghiere. Questo non era permesso perché dire le preghiere voleva dire farti animo da sola, metterti nelle mani di Dio, vai a sapere cosa pensavano loro, fatto sta che era proibito. Loro, le Kapò, le Blockova e le Stubova, ma soprattutto le Kapò sapevano che lei era una suora e che diceva le preghiere, ma aspettavano che fosse in ginocchio a pregare per venire fuori dal loro harem - perché loro avevano il loro harem - venire fuori e pestarla di santa ragione. Le nostre compagne più anziane, le russe, ma un po' tutte, non c'era differenza, tutte si prestavano, le italiane si prestavano per noi, e allora tutte a dire a questa suora vai nel castello, prega tutto il giorno, prega tutta la notte, ma non metterti lì, queste un giorno o l'altro ti uccidono, e lei diceva le preghiere vanno dette così, sarà la volontà di Dio, e ha continuato. Loro hanno continuato a darle le botte, tanto che un giorno, facevamo la notte, lei stava pregando in ginocchio per terra, sono arrivate e l'hanno caricata di botte. Noi eravamo nel castello, dormivamo in due, ero con la Irma Bianco, che mi dice questa qui la uccidono. E' caduta per terra, ha incominciato a venirle fuori il sangue dal naso e dalla bocca, allora hanno chiamato le sue compagne, le altre francesi, portatela all'infermeria, e loro l'hanno portata, ma quando è arrivata era già morta.

Il problema grave soprattutto per noi giovani è che quando siamo arrivate ci è venuto a mancare il ciclo mensile. In mezzo a tutto quel frastuono riuscivamo ancora a pensare a quello, riuscivamo ancora a dire torneremo come prima? A Ravensbrük c'erano anche bambini. Un giorno ci chiamano e ci mandano col carretto a prendere la zuppa. Avevamo quattro bidoni vuoti sopra, e in due spingevamo da dietro mentre due davanti tiravano. A un certo punto una nostra compagna, una professoressa greca, ha guardato che non ci fosse pericolo e mi dice vai a quella finestra e guarda dentro. Io vado a quella finestra e allora vedo una camera grossa con dentro tanti bambini piccoli, avranno avuto dai tre ai cinque anni, ma forse cinque non li avevano, nudi come erano venuti al mondo, in quella camera disadorna, non c'era un tavolo, niente, e questi bambini erano lì da soli.
Una mattina, avevamo fatto la notte, siamo all'Appellplatz. Chiamano il mio numero e io che non sono mai riuscita a imparare il mio numero di Raversbruk a memoria, come il solito sono aiutata dalla professoressa greca che mi tocca, chiamano te! Quando ti chiamavano dovevi uscire fuori, c'era un angolo apposta, allora io esco fuori. Eravamo in cinque, ci hanno portate davanti all'infermeria e ci hanno fatto entrare una per una, quando sono entrata mi hanno guardata in bocca ma io i denti li avevo tutti sani, non avevo male ai denti! Lì c'era la signora Berna, un'interprete che aveva la fascia rossa, loro dicono krank!, voleva dire che eri ammalata in bocca, io dico all'interprete non ho male in bocca, i denti sono sani, perché dicono che sono ammalata? Lei si vede che sapeva e mi ha detto bisogna aver tanta pazienza! Parlava bene l'italiano, era di Lubiana la signora Berna, bisogna avere tanta pazienza!. Usciamo fuori, quando arrivano anche le altre quattro ci caricano su un camioncino e ci portano a Sachsenhausen. Siamo arrivate davanti a una casetta, una casetta di pietra non di legno, che c'è ancora adesso con la scritta patologia e dentro tutti i ferri nelle vetrine come allora. Entro e dentro c'era un signore grande e grosso che si fingeva dentista, ma non sapeva nemmeno come tenere le pinze in mano. Si vede che voleva imparare, erano convinti di vincere la guerra e magari voleva aprire uno studio dentistico alla fine della guerra, non lo so. Allora mi fissa le braccia su questi braccioli delle poltrone, mi fissa la testa, mi fa mettere i piedi dietro la traversa della sedia perché non gli dia dei calci, poi va nella vetrina e viene avanti con le pinze per togliere i denti. Incomincia dai molari. Quel mattino, dalle dieci e mezza fino alle quattro e mezza del pomeriggio me ne ha tolti sette, poi ha smesso e mi ha dato un pezzo di carta per pulirmi la faccia. Fuori c'era di nuovo il camioncino che ci aveva portate, ma c'ero solo io, le altre non sono più tornate. Io ero tutta frastornata, togliere sette denti senza iniezione, senza niente, non so se mi spiego! poi ero tutta sporca qui davanti, con la bava e tutto quello che veniva fuori dalla bocca, non mi hanno messo niente qui davanti. Quello del camioncino mi fa segno di salire, ma io non ero capace, non gliela facevo, ero distrutta, allora lui mi ha presa, pesavo poco, mi ha presa e mi ha buttata sul camion, come si fa a un sacco di patate. E il camioncino è partito. Il mattino dopo mi chiamano di nuovo, questa volta mi chiamano da sola, mi caricano un'altra volta su quel camioncino e mi riportano a Sachsenhausen. Allora mi è venuto in mente che il giorno prima quel dentista nel mandarmi fuori mi aveva detto auf wiedersehen, arrivederci, ma io subito non ci avevo fatto caso. Ecco perché me ha detto auf wiedersehen, lui sapeva che io il giorno dopo dovevo ritornare. E infatti sono tornata, mi ha di nuovo fermato le braccia, la testa e tutto e mi ha tolto altri otto denti. In tutto quindici denti. Oggi di denti miei dietro e sopra non ne ho più uno.
Riguardo la fame e le malattie, mi sentivo fiacca, molle, e davo la colpa al non mangiare niente, al mangiar male, al lavorare dodici ore, e lavorare sodo! Era un logorio giorno dopo giorno, della tua vita e del tuo corpo. Davi la colpa a tutto questo, ma quando sono tornata a casa ho saputo che avevo avuto la pleurite secca bilaterale.
Il sottocampo con la fabbrica ha funzionato fin verso i primi di febbraio, poi cominciavano a mancare i pezzi, il materiale non arrivava tutto, e così praticamente ha chiuso. Allora ci portavano a tagliare le piante. C'era e c'è ancora adesso una grossa pineta tra la fabbrica e il campo d'aviazione. Ci portavano lì e ci facevano tagliare le piante. Poi ci hanno portato a fare le trincee per i militari per i tedeschi che indietreggiavano, trincee che non servivano a niente, perché quando avevi fatto mezzo metro di profondità la terra dai lati franava.
Mi ricordo che era Pasqua, stavamo andando giusto in uno di quei campi dove ci facevano fare le trincee. C'erano delle baracche di legno con le finestre aperte, avevano le finestre aperte perché era già Pasqua. Dentro c'erano dei militari, noi abbiamo cercato di parlare italiano per farci sentire, loro hanno capito che c'erano degli italiani, e allora ci hanno gridato "dura poco". Ci rallegriamo perché se ci dicono loro che dura poco vuol dire che la guerra finirà presto, e anche quella era una medicina per tirarti su il morale. Finché un giorno hanno deciso di riportarci a Ravensbrük Quando siamo partite dicevano che eravamo in cinquecentocinquanta, quando siamo arrivate e i Russi ci hanno liberate eravamo rimaste duecentocinquanta. Le altre le abbiamo perse per la strada. Era il 29 o il 30 di aprile, quando i Russi ci hanno preso e ci hanno portato lì in questa casa disabitata, abbandonata dai tedeschi.
Mi ci è voluto due o tre giorni, poi poco per volta ci siamo rese conto che effettivamente eravamo libere e dovevamo pensare a ritornare a casa. Per attraversare la Germania, abbiamo fatta più strada a piedi che con tutti i mezzi che abbiamo trovato. I mezzi più grandi erano le nostre gambe.
Siamo rientrati in Italia da Bolzano. Ci hanno detto che quando entravamo in Italia ci davano un pacco e noi tutte contente, oh, meno male! Siamo arrivate a Bolzano una domenica mattina, piovigginava, c'era la nebbia, e faceva un freddo! Eravamo ad agosto e faceva un freddo cane. Alla stazione sotto la tettoia ci danno il pacco. Erano tre rosette di pane dure così, e cinque mele di quelle che cadono da sole dalle piante. Poi a noi donne ci hanno dato un mestolo di latte caldo e agli uomini cinque sigarette. Una assaggia il latte prima di me e mi dice è andato a male, è acido. L'abbiamo bevuto lo stesso.
Poi ci hanno portato a Pescantina, dove purtroppo mi sono fermata più di una settimana perché mi ero gonfiata tutta e non ci vedevo più. A Pescantina dalla provincia di Asti venivano su coi camion a caricarci, ma io in quelle condizioni non potevo, volevano ricoverarmi all'ospedale. Allora io ho detto vado a casa a piedi, all'ospedale non ci vado. Fossi andata in ospedale forse avrei preso la pensione, invece io volevo andare a casa e allora il dottore ha detto alla suora facciamo queste iniezioni. Quando ho cominciato a vederci sono andata a casa.

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