sabato 3 settembre 2011

LIBRO DI WANDA POLTAWSKA, UNA DELLE ULTIME REDUCI VIVENTI DEGLI ESPERIMENTI DEI MEDICI NAZISTI

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono nella città di Auschwitz, scoprendone il campo di concentramento; ne abbatterono le mura e liberarono i superstiti che vi erano rimasti, circa 7.000. Quella data viene ora adottata per celebrare il ‘Giorno della memoria”, per ricordare la fine della Shoah – cioè lo sterminio del popolo ebraico, a causa del quale si contano circa sei milioni di vittime, oltre agli uomini torturati e perseguitati – e conseguentemente la fine delle leggi razziali. In questa giornata, tra le molteplici iniziative sorte in tutto il mondo, è stato presentato a Roma il libro “E ho paura dei miei sogni” della professoressa Wanda Poltawska, polacca, laureata in Medicina, membro della Pontificia Accademia “Pro Vita” e del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Wanda Poltawska, che per motivi di salute è stata sostituita alla presentazione dalla figlia Ania, fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck all’età di venti anni, a causa delle sue attività nella resistenza polacca. Il suo non è il racconto di una persona matura, i cui ricordi sono annebbiati, ma quello di una persona giovane: Wanda, infatti, iniziò a scrivere le sue memorie non appena uscita dal campo di concentramento, dove rimase circa quattro anni. Una necessità impellente, quella di scrivere, poiché il ricordo del campo, durante la veglia e durante il sonno, non le dava pace. Riuscì finalmente a dormire senza incubi solo una volta terminato il suo ‘diario’.
In quei quattro anni Wanda, come le altre donne che erano nel campo con lei, furono sottoposte a trattamenti ed esperimenti pseudo-medici, che miravano a mutilare le persone. Tra loro, per richiamare il loro ruolo di cavie, usavano chiamarsi ‘coniglietti’ (ed un coniglio, infatti, campeggia sulla copertina del libro). “In un modo o nell’altro non ci aspettava che la morte”, scrive la Poltawska, che racconta, però, come la poesia, la bellezza del paesaggio - il cielo che potevano osservare durante l’appello giornaliero - e la solidarietà che nacque tra le deportate, erano gli unici motivi validi per riuscire a sopravvivere all’orrore, ed arriva a descrivere il ‘campo’ come una scuola di vita. Proprio in condizioni disumane come la sua, infatti, secondo Wanda, si arriva a capire chi si vuole diventare e quale strada si vuole seguire. “Poiché avevamo ormai la certezza di non tornare più, facemmo una cosa strana, scrivemmo il testamento legale”: in questo testamento, che fu ricostruito a memoria, poiché l’originale non fu più trovato, si predisponeva la fondazione di un centro, che effettivamente oggi sorge a Ravensbruck, e dove i giovani hanno la possibilità di incontrarsi e non dimenticare. Come ricorda a Fides la figlia Ania, che ha letto alcuni brani del libro segnalati e scelti dalla madre, “fino alla stesura del libro mia madre non ha mai parlato più di tanto dell’esperienza del campo, sono riuscita a sapere molti dettagli proprio dalla lettura del libro e ad avvicinarmi a questa esperienza”. Ed ha aggiunto: “Ora mia madre ne parla con più serenità, anche se molti particolari continuano ancora ad infastidirla, come le canzoni di Natale che le rimandano il pensiero a quei momenti per nulla felici”.

La stretta vicinanza con la morte e il dolore ha fatto di Wanda Poltawska una paladina della vita, come mostra il suo impegno costante contro l’aborto; una donna di grande fede e di vicinanza alla Chiesa, come testimonia la profonda amicizia con Giovanni Paolo II. La consapevolezza di quelle atrocità non deve estinguersi, e perché quell’orrore non venga dimenticato o addirittura scandalosamente negato, occorre trasferirne la memoria alle giovani generazioni. In questo messaggio è racchiuso lo scopo di questo volume, già tradotto anche in inglese e tedesco.

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