sabato 31 dicembre 2011

Alfred Lewin

Alfred Lewin, giovane ebreo tedesco, fu militante del Bund deutsch-judischer Jugend, l’Associazione giovanile ebraica berlinese. Nel 1936 Alfred, la sorella Lissi e la madre Jenny fuggirono dalla Germania in preda al nazismo, e ripararono in Italia. Alfred, appassionato e portato allo studio delle lingue, si preoccupò che la sorella Lissi ne imparasse.

Al sopraggiungere delle leggi razziali si prodigò per convincere la sorella a riparare in Inghilterra. Lissi partì nel 1939 e raggiunse Manchester. Nel ‘40 Alfred fu fermato e mandato al confino nell’Italia del Sud. Nel ‘42 fece richiesta di essere avvicinato alla madre, rimasta al nord, ormai indigente e assai ammalata. Chiese cioè di andare nella direzione sbagliata (molti degli ebrei rinchiusi nei campi del sud si salveranno).

Riunitosi alla madre in un campo di confino del pesarese, furono entrambi incarcerati nel ‘44 a Forlì. Nel settembre del ‘44 furono fucilati da fascisti italiani e SS tedesche, insieme ad altri sedici ebrei ed ebree, a pochi giorni dallo spostamento del fronte. Nel novembre Forlì fu liberata. Le salme, gettate in un cratere di bomba, furono riesumate nel ‘46 e sistemate nel cimitero monumentale in loculi appartati e anonimi. Solo nel ‘94, grazie all’impegno di alcuni cittadini, trovarono degna sepoltura e la città di Forlì ricordò finalmente la strage. La sorella Lissi, che prima della fine della guerra aveva sposato a Manchester un antifascista tedesco e dato alla luce una figlia, malgrado tutte le ricerche, non riuscì a sapere nulla di preciso; tornata a vivere nella Germania, quella dell’Est, solo nel 2000 conoscerà il luogo e le modalità della scomparsa del fratello e della madre. Nel frattempo viaggiare per l’Europa era di nuovo possibile e dopo 56 anni dal giorno del distacco dalla madre e dal fratello Lissi potè visitare la loro tomba. Nel 2002 Lissi Lewin darà il suo consenso alla costituzione della fondazione Alfred Lewin.
 
"Sono passati 56 anni e in tutti questi anni mi ha sempre tormentato l’idea di non sapere come fossero finiti i miei. Pensavo che i loro corpi fossero stati sotterrati chissà dove. Quando altri portavano fiori sulle tombe dei loro cari, dicevo sempre: "Voi almeno potete farlo, io non saprei dove portarli”. Per cui il fatto di aver finalmente trovato la tomba dei miei è come un sollievo. E’ una storia che si chiude. Adesso posso pensare più serenamente alla loro morte. Sono estremamente grata a chi l’ha reso possibile”


Lissi Pressl Lewin

Lissi Pressl Lewin, dal 2003 Presidente onoraria
della Fondazione è morta a Berlino il 25 settembre 2009

Da Arcipelago Gulag...


Nei decenni di cemento, ghiaccio e castrazione dell’Unione Sovietica.. specie in queli più feroci dello stalinismo (ma non solo.. anche per decenni e deceni dopo lo stalinismo, seppure con punte meno feroci e bestiali) la migliore letteratura fini sepoltà nei campi di concentramento sovietici.. i GULAG… perchè i migliori autori, scrittori, prosatori, filosofi.. erano lì dentro. Chi aveva talento, dignità, libertà interiore era destinato al Gulag.

Quelli che non furono incarcerati decisero di scrivere tradendo se stessi e voltando le spalle alla verità. Diventando così intellettuali di regime, vuoti funzionari stitici, carta da parati grigia.

Quelli che non si piegarono finirono nei Gulag.. le loro opere distrutte..o.. impossibilitate ad emergere.

I Gulag furono la patria delle migliori aime che partorì l’Unione Sovietica.

Fuori restarono i burocrati, i boia, i bastardi.. e una immensa massa triste che (ed è comprensibile) aveva il terrore panico di alzae anche solo di un centimetro la testa.

Eppure.. non tutto è stato cancellato.. scrittori come Solzenicyn (di cui riporto un brano qui sotto.. un brano tratto dal suo immenso capolavoro Arcipelago Gulag) , Salomov e altri.. salvarono nei decenni che vissero nei Gulag volti, nomi, storie, anime…e riuscirono a salvarle su carta quando furono liberati.

Non tutto è stato perso in quegli anni di morte.

E comunque.. anche i diari bruciati.. le opere strappate.. le posie dei poeti muti.. da qualche parte vivono.. da qualche parte ci entrano ancora nell’anima.

——————————————————–
tratto da Arcipelago Gulag

Ormai non potremo più formulare un giudizio di insieme su ciò che è
stato, sul numero dei morti e sul livello che questi avrebbero potuto
raggiungere. Nessuno ci racconterà dei quaderni frettolosamente
bruciati prima della deportazione, di brani pronti e di grandi
progetti rimasti sulle teste e insieme a queste gettati in una fossa
comune gellata. I versi si leggono accostando le labbra a un orecchio,
si ricordano e si trasmettono, o se ne trasmette il ricordo, ma un
testo in prosa non si racconta prima del tempo, per la prosa è più
difficile sopravvivere, è troppo voluminosa, poco flessibile, troppo
legata alla carta per superare tutte le vicessitutidni
dell’Arcipelago. Chi in un lager potrebbe decidersi a scrivere? Lo
fece A. Belinkov, il manoscritto finì nelle mani del compare e a
Belinkov toccò di rimbalzo un’altra condanna. M.I. Kalima non era
assolutamente una scrittrice, ma annotava in un taccuino i fatti più
notevoli della vita del lager: <>.

La cosa arrivò alle orecchie dell’operativo. E venne spedita in cella
di rigore (se la cavò pure a buon mercato). Esentato dalla scorta

Vladimir Sergeevic G-v, scrisse da qualche parte, fuori dal campo,
quattro mesi di cronaca dal lager, ma in un momento di pericolo
sotterrò quanto aveva scritto, e venne trasferito per sempre – così
la sua cronaca rimase sotto terra. Non si può scrivere nel campo, non
si può scrivere fuori, dove farlo? Solo nella testa! ma così si
compongono versi, non prosa.

Non è possibile calcolare per estrapolazione, sulla base del numero
dei superstiti, quanti di noi, pupilli di Clio e di Calliope, siano
periti, perchè anche per noi non esistevano molte probabilità di
sopravvivere (..).

Tutto ciò che viene definito la nostra prosa dagli anni Trenta in poi
non è che la schiuma di un lago sparito sotto terra. E’ schiuma, non
prosa, perché si è liberata di tutto ciò che era essenziale in quei
decenni. I migliori scrittori soffocarono quanto di meglio c’era in
loro e voltarono le spalle alla verità; e soltanto così poterono
salvare se stessi e i propri libri. Quelli che non seppero rinunciare
alla loro profondità, particolarità e rettitudine dovettero
inevitabilmente perdere la vita in quei decenni, per lo più nel lager,
o dando prova di sconsiderato ardimento al fronte.

Così se ne andarono sotto terra i prosatori fiosofi. I prosatori
storici. I pensatori lirici. I prosatori impressionisti. I prosatori
umoristi.

(..)

Milioni di intellettuali russi furono gettati nell’Arcipelago, non in
gita, ma per essere umitali, per morirci, senza alcuna speranza di
tornare indietro.

(..)

Così una filosofia e una letteratura straordinarie furono sepolte
ancora sul nascere dalle crosta di ghisa dell’Arcipelago.

"La Bottega della Sarta” di Amneris Marcucci


Esistono dei romanzi avvolgenti grazie al calore che solo certe immagini sanno riprodurre, esistono delle storie capaci di restarti dentro con quel sapore dolce amaro che solo certi eventi hanno il potere di evocare, esistono dei racconti di vita vera in grado di tenerti sospesa generando quell’effetto di straniamento spazio temporale che solo certi squarci di una quotidianità autentica e ormai tramontata hanno la forza di creare. “La Bottega della Sarta” è uno di quei romanzi. Uno scritto delicato e prezioso quanto feroce e crudele è lo sfondo su cui si muovono i personaggi. Santa Maria degli Angeli (Assisi). Tra il 1941 e il 1945. Anni cruciali, spartiacque tra un prima, strenuamente ancorato alle tradizioni, e un dopo, irrimediabilmente mutevole. La storia, quella che poi sarà sui libri e di cui oggi siamo figli, irrompe nel microcosmo della realtà angelana dei primi anni quaranta del secolo scorso. L’Italia che entra in guerra, il conflitto in Albania, l’armistizio dell’otto settembre, il passaggio del fronte, i campi di concentramento.

Una storia corale che ha, però, il suo fulcro nella vicenda personale di Vittoria, la sarta della bottega del titolo, giovane sposina che dopo solo quindici giorni di matrimonio vede il marito Francesco partire per l’Albania. Da lì in poi tutta la sua vita e quella dei personaggi che la circondano sarà scandita dal rincorrersi degli eventi di guerra e delle ripercussioni degli stessi su un quotidiano che si cerca di vivere, per quanto possibile, mantenendo un barlume di normalità.

Ed è proprio questa normalità che viene descritta nei gesti precisi con i quali Vittoria misura, taglia, imbastisce e cuce. Ed è ancora la normalità che si riscontra nei momenti in cui Vittoria, impasta, intride, cuoce, stempera. La consuetudine e la semplicità di una vita genuina, nonostante le ristrettezze imposte dalla guerra, come difesa dalle brutture di un conflitto, terminato il quale niente sarà più come prima. “Io penso che normali non si torna più! Però dobbiamo accontentarci! Siamo vivi e siamo insieme!” Tante le tematiche forti che questo libro ci regala. La donna, la sua forza. In ogni epoca La famiglia, àncora di salvataggio. Da riscoprire La fede, compagna dell’esistenza. Per riflettere La memoria, valore imprescindibile. Per non sbagliare. Quadri di vita paesana e contadina nella pellicola in bianco e nero della guerra.

Il triangolo rosa

La deportazione delle persone trans nei campi di concentramento nazisti


Una donna transessuale tedesca che lavorava all'Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali” e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili

L'Olocausto degli ebrei europei fu la conseguenza più tragicamente macroscopica dell’ideologia razzista. Insieme all'Olocausto si verificarono però altri crimini frutto di quella stessa ideologia che generò la “Soluzione Finale”. Altri gruppi di individui vennero individuati come “inferiori” dai nazisti e contro di essi furono perpetrati crimini abominevoli: nel giorno della memoria, troppo spesso si dimentica di ricordare che l’odio nazionalsocialista colpì anche le persone transessuali, contro le quali il secolare pregiudizio era ben radicato nella società tedesca.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, Berlino aveva 40 locali per omosessuali e persone trans, e diversi periodici per gay e lesbiche. La Germania uscita dalla sconfitta del 1918 era però un Paese instabile economicamente e dalla fragile democrazia.

Bande di estremisti nazionalisti e comunisti si combattevano nelle città, il pesantissimo Trattato di Versailles impediva la rinascita finanziaria e produttiva.

In un clima di così grande tensione ebbero buon gioco quei politici che si rifecero agli ideali nazionalistici, all'idea di una Germania nuovamente potente. Quando poi la crisi economica e la spaventosa inflazione devastò il paese mietendo milioni di posti di lavoro, il clima sociale divenne ancora più esplosivo. Malcontento, disoccupazione, rancore per la sconfitta, paura del bolscevismo furono gli ingredienti che permisero all'estrema destra di aumentare sempre più i suoi consensi.

I primi bersagli dei movimenti di destra furono gli ebrei, gli omosessuali e le persone transessuali.

Il Partito Nazionalsocialista elaborò una sua teoria su omosessualità e varianti legate all’identità di genere, sostenendo che si trattasse di malattie contagiose: coloro che erano “affetti” da queste malattie erano considerati anche “sabotatori sociosessuali”.

In una presa di posizione ufficiale il Partito Nazionalsocialista dichiarava:

“E' necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perché vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l'esercizio della disciplina specie in materia di amore. L'amore libero e la devianza sono indisciplina ... Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l'omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”

Il nazismo aveva quindi un suo preciso progetto: l'uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. Le differenze legate alle sessualità o all’identità di genere erano considerate minacce alla crescita della nazione tedesca.

I nazisti distinguevano tra “cause ambientali” che avevano condotto alla “devianza” ed “omosessualità abituale”. Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece la “malattia”veniva considerata incurabile.

Questi dati hanno portato gli studiosi alla conclusione che tra le persone classificate come “omosessuali abituali” un considerevole numero doveva essere rappresentato da persone transessuali, in primis perchè le donne transgender che all’epoca lavoravano nei locali di Berlino furono fra le prime ad essere deportate. In secondo luogo poichè spesso, nella fascia di “omosessualità abituale”, ovvero di coloro che venivano considerati “incurabili”, rientravano le persone che continuavano ad adottare comportamenti non solo di natura sessuale “deviante”, ma anche di un’espressività di genere differente. Coloro che quindi, pur ben coscienti di rischiare la vita e malgrado l’orrore della “rieducazione”, non riuscirono a “correggere” la propria espressività di genere, mantenendo atteggiamenti “devianti” perchè “effemminati”.

Il dato più paradossale è quello che testimonia che i primi inteventi chirurgici di “cambio di sesso”, in via sperimentale e dai tragici esiti, furono eseguiti proprio all’interno dei lager nazisti. L’extrema ratio per il recupero degli “inguaribili”, nell’ottica nazista, poteva consistere nella riattribuzione al sesso opposto, operata dai chirurghi che conducevano sperimentazioni su cavie umane all’interno dei campi di concentramento.

Una testimonianza sulla detenzione nei campi di concentramento di omosessuali e persone trans* proviene dalle “Memorie” che Rudolf Höss, comandante ad Auschwitz, scrisse prima di essere impiccato. Höss ricorda in questo modo le persone nel campo di Sachsenhausen:

“ Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.

Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell'opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d'avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque.

Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che ... non potessero ricominciare...

.A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.

L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.

I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.

Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata e liberata dal vizio.

Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.

Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l'espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo.

Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione.

Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell'«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L'«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.

Nel 1944 I'SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.

Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz'altro dell'occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto.

Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.

Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l'una e l'altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia.”

In un primo tempo gli internati in base al paragrafo 175 furono costretti ad indossare un bracciale giallo con una “A” al centro, che indicava la parola tedesca “arschficker”, sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero “175” in relazione all'articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista, venne adottato un triangolo rosa cucito all'altezza del petto.

Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati, i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Americani ed inglesi non considerarono omosessuali e persone transgender alla stessa stregua degli altri internati, ma criminali comuni. Ci fu così chi, uscito dai campi di concentramento, fu trasferito nelle carceri delle forze alleate.

Emilio Sacerdote, il servitore dello Stato che non piegò la schiena e scelse la lotta


Il magistrato Emilio Sacerdote, perseguitato per le leggi razziali, poi arrestato dai fascisti per la sua attività di partigiano e deportato dai nazisti nel campo di sterminio di Bergen Belsen, dove morì nel marzo 1945, torna in un’aula di Tribunale, nella sua città natale, Vibo Valentia.

Il 19 maggio scorso, alla presenza del prefetto di Vibo Maria Latella, del presidente del Tribunale Roberto Lucisano, del procuratore Mario Spagnuolo, dei rappresentanti delle istituzioni locali e della comunità ebraica, gli è stata intitolata l’aula delle udienze del Palazzo di giustizia vibonese, con l’affissione sulla parete di una targa con un francobollo che riproduce il suo volto (fornito dal collezionista e studioso dell’antisemitismo Gianfranco Moscati), impreziosito dall’applicazione di una piccola stella di Davide con scintillanti lapislazzuli.

Ulteriori iniziative sono in programma per creare nel Tribunale di Vibo Valentia una mostra permanente sulla storia del magistrato ebreo. Sacerdote fu un magistrato integerrimo, che non si piegò al fascismo, e una figura luminosa della Resistenza.

La sua figura è stata ricordata dal presidente Lucisano di fronte a giovani magistrati, personale di cancelleria, avvocati e studenti del liceo classico Michele Morelli, accompagnati dal dirigente Raffaele Suppa. “L’idea di intitolare un’aula del Tribunale a Emilio Sacerdote - ha spiegato il presidente Lucisano - è nata proprio in uno dei tanti incontri avuti con gli studenti. Si tratta di una figura a cui tutti dobbiamo guardare con ammirazione per il coraggio e i grandi valori che Emilio Sacerdote ha portato avanti, pagando a caro prezzo le sue idee di libertà e di giustizia”.

Il presidente del Tribunale ha rimarcato i grandi principi che hanno animato Emilio Sacerdote e che oggi debbono rappresentare punti fermi per le giovani generazioni: “Abbiamo bisogno di una società fondata su valori di eguaglianza e libertà”, ha detto.

Toccanti e appassionate anche le parole del procuratore Spagnuolo, del prefetto Latella, del rappresentante della Comunità ebraica di Napoli Roque Pugliese (che ha portato i saluti del presidente Pierluigi Campagnano e del rabbino capo Shalom Bahbout), nonché del presidente dell’Ordine degli avvocati Antonino Pontoriero e del sindaco Nicola D’Agostino.

Un messaggio di ringraziamento è stato inviato dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e dell’assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri.

La vicenda di Emilio Sacerdote è appassionante. Nasce il 9 gennaio 1893 a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, figlio di Lazzaro, ufficiale dell’esercito, e di una vibonese, Virginia Pugliese, di un ramo della famiglia dei Cohen. Il suo atto storico di nascita riporta, a sinistra del documento, una glossa con una preghiera ebraica. Lo zio era il rabbino di Alessandria Moise Zecut Levi.

Laureatosi in Giurisprudenza, Emilio partecipò con valore e coraggio alla prima guerra mondiale, ricevendo varie onorificenze dallo Stato italiano. Venne nominato magistrato nel 1919 e svolse le sue mansioni di sostituto procuratore del re a Treviso, Udine, Biella, Alessandria e Milano. All’inizio del 1938, quando il regime fascista scatenò una violenta campagna antiebraica, Sacerdote si trovava a Milano. Offeso in quanto ebreo durante una pubblica udienza, amareggiato lasciò la magistratura. Pochi mesi dopo, a seguito delle leggi razziali, fu radiato anche dall’Albo degli avvocati.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1940, lo colse in una posizione di perseguitato razziale che si fece drammatica dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, quando i nazifascisti iniziarono la caccia agli ebrei. Emilio decise di non fuggire in Svizzera ma di opporsi ai tedeschi e alla nascente Repubblica Sociale di Mussolini. Fu tra i primi ad arruolarsi nella Resistenza, entrando nella formazione autonoma della Valle di Viù, una delle Valli di Lanzo vicino a Torino, con il nome di battaglia di “Dote”.

Per la sua alta formazione giuridica divenne presidente del locale Tribunale partigiano e capo di Stato maggiore, mantenendo questi incarichi anche quando passò alla XIX Brigata Garibaldi e poi alla IV divisione Giustizia e libertà.

Fu una delazione a tradirlo il 30 settembre 1944, quando venne arrestato dai fascisti a Lemie (Torino), rinchiuso alle Carceri Nuove di Torino e poi trasferito nel campo di Bolzano. La sua condizione di ebreo fu nel frattempo scoperta per denuncia dello stesso delatore.

Da alcune lettere clandestine che riuscì a scambiare con i suoi familiari grazie all’aiuto di un autista della Lancia (i cui originali sono stati recuperati da Gianfranco Moscati e donati, insieme alla sua vastissima collezione di documenti sulla Shoah e sulla storia ebraica, all’Imperial War Museum di Londra) apprendiamo dell’aggravarsi della sua situazione a Bolzano.

“Soffro moralmente tanto, tanto, tanto come non potete immaginare, e patisco anche la fame, proprio così, la fame”, scrisse lamentandosi della pesantezza del suo lavoro “di pala e picco” sulla strada.

Il 14 dicembre 1944 fu lui stesso ad annunciare con un biglietto a casa la sua partenza per i lager del Reich, di cui certo ignorava l’orrore: “Carissime, lascio oggi Bolzano e parto per la mia nuova residenza. Di salute sto benissimo; vi ho in cuore con me; non posso scrivere di più; cari baci, mie adorate; tutti i miei baci Emilio”.

La sua destinazione era Flossenbürg, in Germania, dove resistette quasi fino alla liberazione. Venne quindi trasferito a Bergen Belsen, come risulta da una Transportliste dell’8 marzo 1945. Questo documento, che porta chiara l’indicazione “it.Jude” (italiano Ebreo), precedente di due mesi alla fine del conflitto, è l’ultima traccia di vita che abbiamo di lui.


domenica 25 dicembre 2011

Ecco la statua per Elser, attentatore di Hitler: a Berlino

È stato inaugurato a Berlino, l'insolito monumento a Georg Elser, il falegname che nel 1939 tentò, senza successo, di uccidere Hitler.

La statua dell'artista berlinese Ulrich Klages, alta 17 metri, è composta da una lunga banda di acciaio che disegna nell'aria il profilo del volto di Elser. L'opera è stata posizionata proprio in quello che un tempo è stato il "cuore" del potere nazista, la Wilhelmstrasse, nel quartiere centrale della capitale tedesca. L'8 novembre del 1939 Elser, un falegname del sud della Germania, tentò di assassinare con una bomba artigianale il dittatore nazista in una birreria bavarese di Monaco. L'esplosione, che uccise diverse persone, mancò di pochi minuti Hitler, uscito inaspettatamente in anticipo. Elser fu ucciso il 9 aprile del 1945, dopo lunghi anni di prigionia in un campo di concentramento.

sabato 17 dicembre 2011

Gli affreschi ritrovati



Stringeva una forma di pane nero che portava di nascosto a casa, e in tasca aveva un passaporto per fuggire dal Paese. Alle spalle aveva lasciato parole potenti e rigogliose, e alcuni racconti che ne fanno uno tra i più grandi scrittori del Novecento; davanti a sé aveva un manoscritto che sarebbe stato il suo capolavoro, mai più ritrovato. Proprio in quel punto esatto, all’angolo tra passato e futuro, di fronte al negozio Maryla tra le vie Czacki e Mickiewicz, il tempo lo fermò per sempre.

 Stringeva una forma di pane nero che portava di nascosto a casa, e in tasca aveva un passaporto per fuggire dal Paese. Alle spalle aveva lasciato parole potenti e rigogliose, e alcuni racconti che ne fanno uno tra i più grandi scrittori del Novecento; davanti a sé aveva un manoscritto che sarebbe stato il suo capolavoro, mai più ritrovato. Proprio in quel punto esatto, all’angolo tra passato e futuro, di fronte al negozio Maryla tra le vie Czacki e Mickiewicz, il tempo lo fermò per sempre.

L’angolo di fronte al negozio Maryla nei 1920 e nel 2004. Dai libri Р. Пастух: Вулицями

старого Дрогобича (Sulle strade della vecchia Drohobycz), Львів: Каменяр, 1991,
e Omer Bartov: Erased: vanishing traces of Jewish Galicia in present-day
Ukraine, Princeton University Press 2007.


Bruno Schulz, scrittore di lingua polacca e di famiglia ebraica nato nella Galizia orientale, oggi territorio ucraino, conosciuto soprattutto per Le Botteghe color cannella e per Il Sanatorio all’insegna della clessidra, è stato anche un disegnatore provocatorio ed eterodosso. Le incisioni del Libro idolatrico, pubblicato nel 1922, suscitarono un certo scandalo.


Durante l’occupazione nazista della nativa Drohobycz – città allora tripartita, secondo una nota definizione: al 50% polacca, al 50% ucraina, al 50% ebraica – Schulz venne confinato nel ghetto insieme alle altre famiglie ebree (dei 15.000 ebrei presenti in città prima della guerra, solo 400 si salvarono dalle esecuzioni di massa e dal campo di sterminio di Belzec), trovando momentanea protezione presso l’ufficiale delle SS Felix Landau, che gli ordinò la realizzazione di alcuni affreschi per la stanza dei bambini nella casa che aveva requisito. Quegli affreschi sono l’ultima testimonianza dell’epoca geniale di Bruno Schulz.

Il 19 novembre 1942, durante un’operazione in città che provocò la morte di 264 ebrei, un altro ufficiale delle SS, Karl Günther, uccise Schulz per strada con un colpo alla testa, per poi vantarsi del gesto con Landau, colpevole a propria volta di aver fatto torto a Günther uccidendo il “suo” ebreo, il dentista Löw. Il corpo dello scrittore venne sepolto nel cimitero ebraico in una fossa comune. Durante il successivo periodo sovietico, il cimitero venne cancellato da un quartiere di casermoni grigi. Di Schulz, a Drohobycz, non restò così più nulla, neppure gli affreschi, coperti da strati di vernice e di tempo, e dimenticati.

Il 9 febbraio 2001 Benjamin Geissler, un documentarista tedesco, dopo lunghe ricerche riuscì a identificare la casa occupata da Landau durante la guerra. Un’equipe di esperti, rimuovendo dai muri gli strati più superficiali di vernice, ritrovò traccia degli affreschi realizzati da Schulz, che rappresentavano scene fiabesche ispirate alle favole dei fratelli Grimm.


Mentre in Ucraina si pianificava il restauro dei dipinti, il 21 maggio i cinque frammenti già riportati alla luce scomparvero improvvisamente, asportati dai muri insieme all’intonaco.




Più tardi, il museo dell’Olocausto Yad Vashem, a Gerusalemme, annunciò di esserne entrato in possesso. Venne quindi rivelato che alcuni incaricati del Museo avevano realizzato un’operazione lampo, forse con l’appoggio del Mossad, allo scopo di prelevare gli affreschi e trasportarli in Israele, che rivendicava il diritto morale al loro possesso in qualità di testimonianza della Shoa.

Scoppiò allora una querelle internazionale: a chi appartenevano quei dipinti, a Drohobycz e all’Ucraina, alla cultura polacca, o all’eredità ebraica e alla memoria dell’Olocausto? Bruno Schulz, a lungo dimenticato e guardato con qualche sospetto dagli ucraini perché scrittore di lingua polacca, e dai polacchi perché di origine ebraica (è appena il caso di accennare all’antico coinvolgimento di ucraini e polacchi nei pogrom avvenuti in Galizia), divenne oggetto di contesa e disputa tra Stati, intellettuali e storici.

Nel 2008, finalmente, l’accordo: Israele riconobbe che gli affreschi appartenevano al patrimonio culturale ucraino, e il museo di Drohobycz, che conserva gli altri frammenti degli affreschi recuperati successivamente, accettò di concedere i dipinti asportati come prestito a lungo termine in favore del museo Yad Vashem, che nel febbraio 2009 li espose per la prima volta al pubblico.

Segretario di stato Hillary Clinton in visita alla mostra

Ma questa storia ha ancora qualcosa da dire. Le parole potenti e rigogliose hanno piantato radici e dato altri frutti. Bruno Schulz, negli affreschi realizzati per il nazista e sadico uccisore di ebrei Landau, ritrasse se stesso e altri soggetti della popolazione ebraica della città. I boschi dipinti nelle scene fiabesche ricordano quelli di Bronnitzky, alle porte di Drohobycz, dove in quei giorni, con un’autentica caccia alle streghe (e la strega ritratta ha il volto dell’amante di Landau) venivano uccisi e sepolti migliaia di ebrei.


E il cocchiere che guida due bianchi cavalli ha lo stesso viso irregolare dello scrittore, che ci osserva con sguardo di sfida capace di attraversare quasi 70 anni di oblio per raccontarci e testimoniare quei giorni di tragedia.


La scoperta del ritratto di Schulz