domenica 11 dicembre 2011

WERWOLF

Il termine "Werwolf" significa “uomo lupo”, “lupo mannaro” o “licantropo”. Il termine "Wehrwolf", che è pronunciato nello stesso modo, significa “armata del lupo” o “difesa del lupo”. Il termine "Wehrwolf" richiama una vecchia tradizione di lotta non convenzionale in Germania. Un famoso racconto scritto da Hermann Löns ( 1866 - 1914 ) e pubblicato nel 1910 descrive la guerriglia dei contadini del nord della Germania durante la Guerra dei trent’anni. Il movimento di resistenza tedesco fu chiamato "Werwolf" sia per il particolare suono evocativo del nome sia perchè un "Wehrwolf Bund” era già esistito intorno agli anni ’20 nell’area nazionalista.

Nell’autunno del 1944 durante un incontro tra il capo della Gioventù hitleriana Artur Axmann, SS-Obergruppenführer Hans Adolf Prützmann, il capo RSHA Ernst Kaltenbrunner e il Waffen-SS Obstrurmbannführer Otto Skorzeny, Himmler espose il suo piano per il Werwolf. Prützmann, capo SS nel 1943 per il settore sud orientale e l’Ucraina e dal 1944 generale SS della polizia, assunse la direzione dell’organizzazione ed il compito di reclutare volontari e di organizzare il loro addestramento che sarebbe stato poi messo in pratica dagli SS-Jagdverband (squadre di caccia) di Skorzeny. Una volta addestrate, le unità Werwolf sarebbero passate dalla guida d’inesperti ragazzi della Hitlerjugend (HJ) a quelle d’ufficiali veterani dell’esercito e della Waffen SS.


Castello di Hülchrath                   
                                                                                                   

Il Quartier Generale del Werwolf fu organizzato nel castello (Schloss) di Hülchrath, vicino alla città renana di Erkelenz. I primi duecento volontari reclutati arrivarono lì alla fine di novembre e gli uomini di Skorzeny gli impartirono lezioni intensive sulle tecniche di sabotaggio, demolizione, armi leggere, sopravvivenza e radio comunicazioni. Prützmann cercò anche di organizzare altri centri d’addestramento nei sobborghi di Berlino ed in Baviera. Contemporaneamente furono approntati bunker speciali vicino al fronte da usare come depositi d’armi e materiali del Werwolf prima di essere fatti occupare dagli alleati. I membri del Werwolf furono muniti di documenti falsi forniti dalla Gestapo per essere in grado di mescolarsi anonimamente con la popolazione e di assumere la loro identità di combattenti clandestini solo durante le operazioni.

Le azioni del Werwolf furono quelle tipiche della guerriglia: cecchinaggio, guerriglia, sabotaggio di strade e materiali. Nella zona d’occupazione britannica le attività del Werwolf furono circoscritte ad imboscate ed attentati tra cui quella che uccise Maggiore John Poston, che era stato Maresciallo in campo di Montgomery nel deserto, in Sicilia e nel nord dell’Europa. Come Maresciallo di collegamento tra gli ufficiali Poston spesso viaggiava per raccogliere informazioni dello spionaggio per fornirle ai responsabili della pianificazione delle battaglie. Nell’ultima settimana della guerra, Poston fu attaccato da una squadra di giovani del Werwolf, mentre guidava il suo mezzo in una tranquilla strada di campagna dirigendosi verso il quartier generale di Montgomery. Colpito una prima volta cercò di difendersi, ma fu finito da una scarica di mitragliatore. Ci furono molti altri scontri tra i giovani partigiani e le divisioni armate britanniche. Sul versante americano la resistenza Werwolf fu molto più intensa. Nel settembre del 1944, allorché Montgomery si disse sicuro di potersi spingere fino nel cuore della Germania, dopo sei settimane d’assedio il 21 ottobre 1944 Aquisgrana, completamente distrutta, cadde in mano americana. Il 30 ottobre del 1944 gli occupanti nominarono sindaco l’avvocato Franz Oppenhof. La prima autorità tedesca imposta dal nemico. Il Werwolf lo considerò un traditore e lo perciò lo condannò a morte. Per giustiziarlo l’organizzazione pianificò la Unternehmen Karneval (Operazione Carnevale) alla quale parteciparono Ilse Hirsch di 22 anni, il tenente delle SS Wenzel, il suo operatore radio Sepp Leitgeb, Karl Heinz Hennemann, Eric Morgenschweiss di 16 anni e Heidorn. Per preparare l’operazione s’incontrarono nel castello di Hülchrath. Il 24 marzo del 1945 il commando Werwolf fu lanciato col paracadute nei sobborghi di Aquisgrana città che Ilse conosceva perfettamente. Oppenhoff di 41 anni, sua moglie ed i tre figli vivevano nella Eupener Strasse al n. 251. Una volta davanti alla casa, bussarono alla porta e Wenzel e Leitgeb lo freddarono. Mentre scappavano dalla città Ilse Hirsch fu ferita dall’esplosione di una mina e una scheggia uccise Sepp Leitgeb. Curata in ospedale la ragazza tornò nella sua casa di Euskirchen. Tutti i membri del commando ad accezione del tenente Wenzel furono catturati e processati dopo la guerra. Il “Processo Werwolf” tenuto ad Aquisgrana nell’ottobre del 1949 riconobbe colpevoli Henneman e Heidorn che ebbero da uno a quattro anni di carcere. Ilse ed Eric Morgenschweiss furono assolti per la loro età. Qualche tempo dopo Ilse si sposò e visse ad un silometro di distanza dal luogo dell’episodio più famoso della sua vita. Del tenente Wenzel si persero le tracce e s’ignora la sua sorte.

Oppenhof fu una delle molte persone accusate di collaborazionismo con il nemico che caddero per mano dei “Lupi mannari”. Il 1 aprile il Ministro del Reich Minister Goebbels annunciando alla radio la sua uccisione disse che il braccio del partito era lungo e che i suoi Werwolf erano vigilanti. Era l’annuncio ufficiale dell’esistenza del movimento clandestino di resistenza contro l’invasore. Altre radio diedero l’annuncio, il grido di battaglia della vecchia guardia tornava a risuonare. Un intero programma di propaganda del Werwolf fu trasmesso. Dalla radio si sentì la dichiarazione che chiariva il carattere del movimento clandestino di resistenza:

“I raids terroristici hanno distrutto le nostre città dell’ovest. Le donne ed i bambini che muoiono lungo il Reno ci hanno insegnato ad odiare. Il sangue e le lacrime dei nostri uomini massacrati, delle spose oltraggiate, dei bambini uccisi nelle aree occupate dai rossi gridano vendetta. Coloro che sono nel Werwolf dichiarano in questo proclama la loro ferma e risoluta decisione di restare fedeli al loro giuramento, di non arrendersi mai al nemico anche se stiamo soffrendo in condizioni spaventose e possediamo solo risorse limitate. Disprezziamo i confort borghesi, resistiamo, lottiamo, facciamo fronte con onore alla possibile morte torneremo a vincere uccidendo chi avrà attentato alla nostra stirpe. Ogni mezzo è giustificato se apporta danni al nemico. Il Werwolf ha le sue corti di giustizia che decidono la vita o la morte del nemico come quella dei traditori del nostro popolo. Il nostro movimento scaturisce dal desiderio di libertà del popolo ed è votato all’onore della Nazione tedesca di cui ci consideriamo i guardiani. Se il nemico ci ritiene deboli crederà di poter ridurre in schiavitù il popolo tedesco come ha fatto con i popoli rumeni, bulgari, finlandesi deportati ai lavori forzati nelle tundre russe o nelle miniere inglesi o francesi fategli allora sapere che nelle zone della Germania da cui si è ritirato l’esercito è sorto un nemico che non aveva previsto e che sarà per lui più pericoloso, che combatterà senza tener conto del vecchio concetto borghese di Guerra adottato dai nostri nemici solo quando gli fa comodo ma che è cinicamente rifiutato se non gli apporta vantaggi. Odio è la nostra preghiera. Rivincita è il nostro grido di battaglia.


La paura del Werwolf si diffuse insieme con quella della creazione del ridotto alpino: l’idea di Goebbels di creare una sacca di resistenza permanente tra l’Austria e la Germania arroccandosi sulle montagne per continuare la lotta. L’ordine di reazione degli alleati fu spietato: ogni combattente Werwolf catturato doveva essere fucilato sul posto. Molti innocenti pagarono con la vita la durezza della battaglia finale. Le azioni del Werwolf, o supposte tali, furono represse con selvagge atrocità. Un esempio di rappresaglia di massa compiuto dagli Alleati è citato da Heinrich Wendig :

“All'esercito tedesco viene rinfacciato di avere utilizzato nella sua guerra contro le spietate uccisioni perpetrate dei partigiani, contrarie al diritto internazionale, quote di rappresaglia da uno a 10 (e raramente maggiori) quale misura dissuasiva. Gli Alleati hanno tuttavia ricambiato con quote assai più elevate, anche in casi manifestamente immotivati. Un episodio esemplare avvenne nel marzo 1945 presso il castello di Hamborn, vicino Paderborn in Westfalia. In quel luogo il generale americano Maurice Rose era stato ucciso da un regolare soldato tedesco. La radio nemica addossò l'azione a del tutto inesistenti "Partigiani -Lupo mannaro" che avevano "ucciso alle spalle" il generale. Come risposta gli Americani liquidarono 110 prigionieri tedeschi che assolutamente nulla avevano a che fare con la morte del generale. La "Paderborner Zeitung" (4 aprile 1992 ), dopo decenni, scrisse sullo svolgersi di quel fatto: "Il Panzerkommandant tedesco sporse la testa dalla torretta, fece cenno con la sua Maschinenpistole e ordinò agli Americani di deporre le armi, cosa che fecero. Rose, che era generale, portava la sua pistola in una tasca, che egli voleva sbottonare. In quell'istante la Maschinenpistole del Panzerkommandant sparò. Il tedesco aveva palesemente frainteso il movimento del generale americano. Maurice Rose stramazzò sulla strada, morì sul colpo. Coloro che lo accompagnavano riuscirono a fuggire.”. Sulla misura della vendetta dice il menzionato giornale: "Con violenza cieca gli Americani uccisero nel complesso 110 soldati tedeschi prigionieri, che nulla avevano a che fare con l'episodio, tra cui giovani della Hitlerjugend e uomini di mezz'età del Volkssturm. Dietro al cimitero a Etteln morirono in 27. Testimoni ricordano che 18 altri cadaveri con un colpo alla nuca furono trovati a Doerenhagen dietro una siepe, tutti assassinati! Si lasciarono lì i cadaveri dei tedeschi per giorni. Gli Americani non permisero a civili tedeschi di seppellire i morti. Al Patton-Museum a Fort Knox (USA) i fatti inerenti alla morte di Rose sono riportati correttamente, non si fa però alcuna menzione dell'azione di rappresaglia fatta dalle truppe americane. Questo palese crimine di guerra degli Americani non è stato minimamente espiato o criticato nella stampa internazionale o addirittura stigmatizzato come altri."

Lo scrittore tedesco Hans Zöberlein (1895-1964) (figlio di un ciabattino, laurato in architettura, eroe di guerra, membro del Corpo franco di Franz Epp aderisce alla NSDAP dal 1921, pubblica, per la casa editrice ufficiale del partito Eher di Monaco, due romanzi di guerra monumentali: nel 1933 “Der Glaube an Deutschland. Ein Kriegserleben von Verdun bis zum Umsturz” “La fede nella Germania. Un’esperienza di guerra da Verdun fino alla difatta” e nel 1937 “Der Befehl des Gewissens. Ein Roman von den Wirren der Nachkriegszeit und der ersten Erhebung” “L’imperativo della coscienza. Un romanzo sulle turbolenza del dopoguerra e della prima sollevazione”). A capo di un gruppo Werwolf nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945, alla vigilia del suicidio di Hitler e a pochi giorni della capitolazione, guida l’esecuzione di otto cittadini di Penzberg che avevano deposto il sindaco nazionalsocialista. Sul luogo vengono lasciati volantini con questo scritto:


"Warnung an alle Verräter und Liebesdiener des Feinde!

Der Oberbayerische Werwolf warnt vorsorglich alle die jenigen, die dem Feinde Vorschub leisten wollen oder Deutsche und deren Angehörige bedrohen oder schikanieren, die Adolf Hitler die Treue hielten. Wir warnen! Verräter und Verbrecher am Volke büßen mit dem Leben und ihrer ganzen Sippe. Dorfgemeinschaften die sich versündigen am Leben der Unseren oder die weiße Fahne zeigen, werden ein vernichtendes Haberfeldtreiben erleben, früher oder später. Unsere Rache ist tödlich!
Der Werwolf"

“Monito a tutti i traditori ed amorevoli servitori del nemico!

Il Werwolf dell’alta Baviera ammonisce ad ogni buon conto tutti coloro favoreggiano il nemico tra i tedeschi e i loro parenti o che minacciano o vessano chi mantiene la sua fedeltà a Adolf Hitler. Noi ammoniamo! Traditori e criminali del popolo che pagheranno con la loro vita e con quella della loro intera genia. Le comunità dei villaggi che attenteranno alla vita dei nostri od esporranno la bandiera bianca, saranno annientati prima o dopo. La nostra vendetta è la morte!
Il Werwolf”

Nel primo dopoguerra, per quest’episodio si fece un processo. I principali protagonisti furono condannati a forti pene detentive o a morte. Hans Bauernfeind, capo di uno dei “tribunali volanti” come “Incaricato speciale del Führer", responsabile per la sentenza eseguita “in nome del popolo” dichiarò: “Sono consapevole di non avere nessuna colpa” ed aggiunse “Come venni a conoscenza dei disordini contro la Wehrmacht a Penzberg, sono andato là dove era mio dovere per non piantare in asso migliaglia di soldati e ufficiali del fronte che si mantenevano fedeli.”. Lo scrittore ed eroe di guerra Hans Zöberlein, capo di una delle unità Werwolf che andarono a Penzberg per eseguire l’ordine di “Impiccare funzionari e caporioni comunisti del KPD della città”. Dopo l’azione disse: “A Penzberg c’era un porcile che adesso è stato ripulito.”. Condannato a morte e poi all’ergastolo fu liberato nel 1958 per gravi motivi di salute. Ragazzi di 12 anni subirono processi e condanne all’ergastolo da parte delle corti marziali americane. Due membri della gioventù hitleriana di 16 e 17 anni furono condannati a morte alla fine del marzo del 1945 ed assassinati il 5 di giugno. Il gionale delle truppe americane Stars and Stripes, disse che erano accusati d’essere cecchini ad Aquisgrana. A Budeburg vicino al Wesel l’8 aprile del 1945 uomini della 116 Divisione Corazzata furono assassinati senza processo dai soldati dell’esercito Americano a seguito della scoperta di volantini del Werwolf che invitavano alla resistenza.
Volantino del Werwolf: “La lotta continua! Il nemico non ha vinto. Con la menzogna e la sobillazione vuole confonderti. Non prestare orecchio al nemico! Sorgi e combatti! La svolta viene!
Solo il traditore ed il voltagabbana perdono il coraggio. Sii deciso fino all’estremo! Essere tedesco significa essere combattente. Meglio morto che schiavo.”

L’opuscolo del Werwolf  che conteneva le istruzioni per condurre la guerra di guerriglia con sabotaggi, attentati sintetizzava le ragioni di queste operazioni con queste parole:


Il nemico dovrà sottrarre truppe dalla linea del fronte per difendere le altre strade. La capacità offensive el nemico sarà indebolita. Ogni cosa che riusciamo a distruggere dovrà essere sostituita. Ogni danno apportato al nemico aiuta le nostre truppe.

Cellule del Werwolf furono scoperte tra i soldati convalescenti. Ufficiali gravemente ferrite ed anche infermiere furono sorpresi ad incitare I commilitoni ad atti di sabotaggio e resistenza. Non ci fu pietà per nessuno. Atti di resistenza continuarono isolati, ma il castello di Hülchrath cadde nelle mani degli alleati nell’aprile del 1945 e a questo punto l’organizzazione ufficiale del Werwolf cessò d’esitere. Nonostante la mancanza di una direzione centrale per la perdita del quartier generale atti isolati di resistenza continuarono anche dopo la cessazione delle ostilità. Il capo di zona della Hitler Jugend di Mansfeld divenuto Strumbannführer SS e ferito gravemente nella battaglia di Kharkov organizzò 600 ragazzi della HJ nel Kampfgruppe Harz. Raccolse dagli ospedali veterani SS, studenti della NAPOLA, membri della Luftwaffe e ragazzi membri delle unità anticarro. Con questi effettivi incominciarono le azioni contro le truppe americane il 1 aprile 1945. dopo venti giorni oltre settanta combattenti erano caduti. In un tentativo d’imboscata ad un convoglio delle truppe americane molti caddero falciati dagli aerei giunti in soccorso dei soldati. Heinz Petry di sedici anni e Josef Schomer di diciassette furono processati come spie e fucilati il 5 giugno 1945.

A nord di Amburgo verso la fine di aprile un gruppo trincerato di Werwolf ed i loro comandanti SS rifiutarono di arrendersi alla 11° Divisione corazzata Britannica. La loro resistenza continuò anche dopo l’appello alla resa dell’ammiraglio Karl Donitz del 1 maggio. Alla fine del 5 maggio Donitz fece la seguente proclamazione da Radio Copenhagen, Praga e Flensburg:

“Il fatto che al momento sia in atto un armistizio significa che devo chiedere ad ogni tedesco, uomo o donna, di cessare ogni attività illegale nell’organizzazione Werwolf o altre dello stesso tipo nei territori occupati perché queste causerebbero solo danni al nostro popolo.”.

Il Generale SS Hans Adolf Prützmann nato il 31 agosto del 1901 a Tollkemit in Preuss, ispettore del Werwolf Bandenkampfverbände fino al maggio del 1945, catturato dai britannici si suicidò a Lüneburg il 21 maggio 1945


a) Il Generale SS Hans Adolf Prützmann

b) Giovane ragazza armata di mitra e panzerfaust, probabilmente del Werwolf, violentata ed uccisa con un pugnale nei pressi del villaggio di Hohenlepte, 90 Km a sud di Berlino l’8 maggio 1945.

I combattenti del Werwolf sono stati rappresentati nel film Europa di Lars von Trier del 1991 ed hanno ispirato una bella canzone del gruppo musicale degli Intolleranza.

Werwolf - Intolleranza

Berlino è caduta sotto i miei occhi
spettri di soldati affamati e distrutti
vola sulle macerie la bandiera nemica
ha il colore del sangue chi ha dato la vita.
Non accetto la resa non depongo le armi
prima di avermi dovran venire a cercarmi
sono l'ultimo rimasto del mio plotone
ma ho due bombe a mano e un caricatore.
Per me questa guerra non è finita
per questa guerra ho dato la vita.
Non so quale sia la mia uniforme
non ho più bandiera ma ho un fucile e due bombe
non ho più un paese ho soltanto una terra,
non ho più un nome io sono la guerra.
Per me questa guerra non è finita
per questa guerra ho dato la vita.
La guerra finirà quando morrò io
ma non sono più un uomo io sono un Dio
sono il figlio d'Europa il mio sangue è la storia
non ho più una lingua la mia lingua è la gloria.
Per me questa guerra non è finita
per questa guerra ho dato la vita.
Il nemico s'illude perchè tutto tace
ma finchè vivrò non avranno pace
sono il lupo mannaro non sono più un uomo
sono il lupo mannaro la mia forza è il tuono
sono il lupo mannaro non sono più un uomo
sono il lupo mannaro la mia forza è il tuono!

Ragazzi tedeschi prigionieri nel campo di concentramento di Bad Aibling nel giugno del 1945. Tantissimi ragazzi della stessa età furono detenuti per mesi dopo la guerra come sospetti membri del Werwolf.



Sequenza fotografica della fucilazione del combattente Werwolf Obergefreiter Richard Jarczyk fucilato a Kitzingen il 23 aprile 1945 con l'accusa di tentato sabotaggio indossando abiti civili. La condanna fu emessa dalla settima Commissione militare dell'eserciti americano.


Fred Borth comandante della Hitler Jugend e membro di un'unità Werwolf che combattè a lungo nella foresta di Vienna


Georg Heidorn dirigente Werwolf per le operazioni nella zona della Renania. La fotografia è successiva alla sua cattura da parte degli alleati

Il castello di Hülchrath visto dall'alto. Sede della direzione dell'organizzazione Werwolf per la zona occidentale, da qui partirono i partecipanti alla "Unternehmen Karneval" che portò all'esecuzione del primo sindaco collaborazionista di Aachen, Dr. Franz Oppenhoff



Quattro ragazzi tedeschi arrestati per aver sparato sulle truppe americane ad Aachen nel dicembre del 1944. Da sinistra a destra: Willy Etschenburg 14 anni, membro Hitler Jugend, Bernard Etschenburg 10 anni, Hubert Heinrichs 10 anni, Hubert Etschenburg


Quattro adolescenti membri del Werwolf e accusati di sabotaggio di linee di comunicazione dell'esercito USA vengono interrogati a Osterburg il 24 aprile 1945


a)

b)

a) Karl Arno Punzler, 16 anni dirigente della Hitler Jugend di Monschau catturato dopo la terza missione di ricognizione dietro le linee alleate. Una corte militare lo condannerà a morte ma nel febbraio del 1945 il generale Courtney Hodges commuterà la sentenza in ergastolo.

b) Da sinistra SS Obergruppenführer Hans-Adolf Prützmann dirigente Werwolf col Reichsführer SS Heinrich Himmler.

Tribunale ungherese assolve criminale di guerra nazista


Nei mesi scorsi (3.8.2011), nella più assoluta indifferenza delle autorità e degli organi di informazione dei paesi dell’Unione Europea, un tribunale di Budapest ha assolto il nazista ungherese Sandor Kepiro dall’accusa di complicità con i crimini di guerra compiuti nel 1942 dalle truppe di occupazione tedesca e dai collaborazionisti locali.

Per quello che viene considerato, con i suoi 97 anni, uno degli ultimi criminali di guerra nazisti ancora viventi, il Pubblico Ministero aveva chiesto la pena dell’ergastolo per il massacro compiuto nel gennaio del 1942 a Novi Sad, in territorio serbo, città annessa dall’Ungheria in quel momento alleata della Germania di Hitler.

Almeno 1.200 civili, ebrei e serbi, morirono in conseguenza di questo massacro. Kepiro, incriminato nel 2006, aveva ordinato personalmente l’esecuzione sommaria di 36 persone.


Già nel 1944, Sandor Kepiro era stato condannato a dieci anni di prigione da un tribunale militare, ma la sentenza venne annullata. Nel 1946, il criminale di guerra nazista subì in Ungheria un’altra condanna a 14 anni di carcere, pena che riuscì ad evitare grazie alla sua fuga in Argentina, dove è rimasto più di mezzo secolo fino al momento del suo rientro a Budapest nel 1996.

Francia: online i nomi dei cittadini che collaborarono con nazisti


Parigi, 30 giu. 2010. Le autorità francesi hanno autorizzato la pubblicazione online dei nomi delle migliaia di cittadini francesi che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborarono con le autorità naziste rendendosi corresponsabili dell’arresto e della deportazione di migliaia di ebrei. A riferirlo è il quotidiano britannico Daily Telegraph, spiegando che tutti i documenti contenenti informazioni sui collaboratori francesi del nazismo, fino ad oggi conservati negli archivi segreti del museo della polizia di Parigi, saranno scannerizzati e pubblicati sul web. La decisione, spiega il Telegraph, giunge a seguito di una sentenza emanata l’anno scorso dalla Corte suprema di Parigi, i cui giudici poterono stabilire come, durante l’occupazione tedesca, i francesi denunciassero i loro connazionali ebrei non perchè obbligati dai nazisti, ma di loro spontanea volontà. I documenti prossimi alla pubblicazione includono i registri di tutte le stazioni di polizia francesi relativi agli anni tra il 1940 e il 1944, periodo dell’occupazione nazista, insieme a dettagli di tutti gli arresti, le multe e gli interrogatori compiuti in quegli anni e alle informazioni rilasciate ai nazisti dai cittadini francesi. Secondo gli storici, tra il 1942 e la fine del 1944 circa 77mila ebrei furono mandati a morte dopo essere stati rinchiusi nei campi di transito francesi. Circa un terzo di loro erano cittadini francesi, e oltre 8.000 erano bambini al di sotto dei 13 anni. Nel 1995 il presidente francese Jacques Chirac parlò per la prima volta delle responsabilità del suo Paese nella deportazione degli ebrei, ammettendo come «la follia criminale degli occupanti fu assecondata dalla Francia, dallo stato francese». I documenti risalenti al 1940 cominceranno a essere pubblicati sul web nel 2015, alla scadenza dei 75 anni di segreto da cui sono coperti. Nei quattro anni successivi saranno pubblicati progressivamente tutti gli altri documenti.

All’asta documenti di Hitler durante la carcerazione


Berlino, 29 giu. 2010. Circa 500 documenti inediti del dittatore nazista Adolf Hitler saranno messi all’asta questa settimana a Furth, in Baviera. Il materiale risale al periodo tra il novembre del 1923 e la fine del 1924, quando il futuro leader del nazismo fu detenuto nel carcere della cittadina di Landsberg am Lech, in Baviera, dopo il fallito tentativo di colpo di stato avvenuto tra l’8 e il 9 novembre del 1923 a Monaco. I documenti comprendono diverse pagine composte a mano da Hitler, oltre al registro del carcere, alcuni documenti con le direttive del penitenziario e circa 350 biglietti da visita. Il prezzo di partenza del materiale, che sarà in vendita tra venerdì e sabato prossimo, è fissato a 25mila euro. A scoprire i documenti, secondo quanto dichiarato dal responsabile della casa d’aste, Werner Behringer, è stato un cittadino di Norimberga, il cui padre aveva acquistato il materiale insieme ad alcuni libri, senza rendersi conto del suo valore, in un mercatino di strada durante gli anni Settanta.

venerdì 9 dicembre 2011

Dobratsch, la montagna di Villach proibita agli ebrei


Leopold Fischbach da giovane era un appassionato alpinista di Villaco. Spesso saliva sul Dobratsch, la montagna di casa, quella che tutti noi conosciamo, perché è la prima che ci appare quando entriamo in Austria da Tarvisio (ai suoi piedi si trova la prima area di servizio autostradale). Ma gli era impedito l’ingresso alla “Ludwig Walter Haus”, il rifugio dell’Alpenverein di Villach, situato poco sotto la vetta. “Ero salito alcune volte sul Dobratsch con mio fratello o con un piccolo gruppo di amici – ha raccontato Fischbach, fuggito dopo l’Anschluss nazista negli Usa – ma ogni volta, quando saremmo voluti entrare nel rifugio per bere o mangiare qualcosa, non potevamo farlo, perché alla porta c’era un cartello sui cui stava scritto ‘Ai cani e agli ebrei è vietato l’ingresso’”.


Questo dunque era il clima nell’Austria del secolo scorso, ben prima dell’annessione al Reich nazista. L’episodio di cui fu testimone Leopold Fischbach risale al 1920, 18 anni prima dell’Anschluss. Il 1920 è l’anno del referendum che assegnò definitivamente all’Austria la Carinzia meridionale, rivendicata allora dal neonato Regno di Jugoslavia, ed è anche l’anno in cui in Germania il Partito dei lavoratori tedeschi cambia nome e sceglie quello di Partito “nazionalsocialista” dei lavoratori tedeschi.

Il nazismo, dunque, è agli albori, ma l’antisemitismo in Austria è già profondamente radicato. Né c’è molto da stupirsi con un Partito cristiano sociale fortemente antisemita, con il Kartellverband (l’associazione degli studenti cattolici) che nelle sue pubblicazioni insulta sistematicamente gli ebrei accusandoli di “deicidio”, con il Partito socialdemocratico che non è antisemita, ma che considera comunque gli ebrei parte della classe padrona da combattere. È in questo contesto che l’Alpenverein di Villach, nel 1920, con 53 voti contro 6, decide di introdurre nel suo statuto il cosiddetto “Arierparagraph”, vale a dire quelle disposizioni razziste e antisemite maturate nel movimento nazionalista pantedesco alla fine del 19. secolo e propagandate nell’impero absburgico dal teorico dell’antisemitismo Georg von Schönerer. L’”Arierparagraph” si traduce in pratica nell’esclusione dall’Alpenverein e dai suoi rifugi di persone ebree o di sangue misto o di colore, o sposate con ebree e così via. Ai gestori dei rifugi viene minacciata la risoluzione immediata del contratto, “se verrà da loro concessa ospitalità anche a un solo ebreo”.

È un capitolo buio questo nella storia dell’Alpenverein ed è un capitolo che è stato sempre rimosso, per vergogna o per incapacità degli austriaci di fare i conti con il proprio passato. Almeno fino a ieri. Ma i tempi cambiano e ora il Club alpino di Villach ha deciso di far luce sulla propria storia, su tutta la propria storia, affidandone l’incarico a Werner Koroschitz, che è uno storico di professione. Sono venuti alla luce, così, documenti e testimonianze che illuminano quegli anni drammatici della prima metà del ‘900, che avrebbero poi spianato la strada all’Olocausto.

I risultati delle ricerche, che hanno comportato anche interviste a sopravvissuti alle persecuzioni naziste sparsi per il mondo, sono stati resi pubblici con una manifestazione proprio sul Dobratsch. Lungo la strada che sale alla cima l’artista Wolfram Kastner ha allestito una “via dei nomi”, una installazione costituita da tabelle simili a quelle stradali, con i nomi di 56 famiglie che prima della guerra e dello sterminio nazista erano vissute a Villach. Nella “Judenhütte” Ernst Logar ha allestito una mostra, con pannelli con le testimonianze da lui raccolte da quegli ebrei che dopo il 1920 non avevano più potuto mettere piede nel rifugio dell’Alpenverein sul Dobratsch. Sulla parete del rifugio in vetta è stata scoperta una targa con la scritta: “In ricordo di quei concittadini ebrei cui tra il 1921 e il 1945 fu impedito l’ingresso”. Il tutto è stato accompagnato al pianoforte da Paul Gulda, che ha tenuto un concerto all’aperto.

Alcune centinaia i partecipanti all’evento, tra cui tre ebrei di Villach sopravvissuti all’Olocausto.

Mancava Leopold Fischbach. Sarebbe voluto tornare sulla sua montagna, ora non più proibita agli ebrei come lui, ma non ne ha avuto la possibilità. La morte lo ha colto prima nella sua nuova patria, in Florida.

Nella foto, il cartello dell’Alpenverein di Villach esposto negli anni ‘20 alla porta del rifugio sul Dobratsch. La versione originale proibiva l’ingresso “a cani e a ebrei”, ma la sede centrale dell’associazione alpinistica la bocciò. Fu così sostituita con una versione addolcita, quella che si legge nella foto: “Ebrei e membri del club Danauland qui non sono desiderati”. Parole meno brutali per ottenere lo stesso risultato. Il Donauland, cui si fa riferimento, è l’associazione alpinistica parallela all’Alpenverein, costituitasi a Vienna per accogliere tutti gli appassionati di montagna ebrei che erano stati espulsi dalle varie sezioni dell’Alpenverein.

" I volenterosi alleati di Hitler "


Nell’Europa della Shoah gli ebrei, se appena lo potevano, cercavano di raggiungere un Paese o una regione ove la persecuzione antisemita fosse meno grave. Questa è la storia di come la fuga di 51 di essi si concluse tragicamente, con una corresponsabilità italiana. Il fatto fu subito attestato dalla storiografia jugoslava (scarsamente ripresa in Italia); ma la sua ricostruzione particolareggiata è risultata possibile solo ora, grazie all’estesa ricerca storico-documentaria della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea sulla condizione degli ebrei in Albania durante l’occupazione italiana, ricerca finanziata dall’assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia.

Siamo nei mesi successivi all’invasione della Jugoslavia (aprile 1941). La Serbia è occupata dai tedeschi; sotto essa, il Kosovo è occupato dagli italiani e annesso al regno di Albania assoggettato ai Savoia. A Nord i nazisti sviluppano immediatamente una durissima azione antiebraica e già in autunno procedono all’uccisione sistematica degli uomini (in quei mesi il Terzo Reich attua in Serbia una persecuzione più estrema che in Polonia). A Sud gli italiani introducono poche norme persecutorie. In parte per via delle impervie montagne occidentali e della parallela persecuzione in atto oltre esse in Croazia, in parte per via della presenza di una antica comunità ebraica a Pristina in Kosovo, vari ebrei di Belgrado, serbi o profughi dell'Europa fuggono i nazisti e oltrepassano il confine meridionale. In autunno 1941 il flusso sembra intensificarsi; vi sono tracce di un canale organizzato. E' testimoniato l'utilizzo di lasciapassare italiani (originali o falsi?) emessi a Belgrado. Il 25 novembre il Servizio informazioni militari diffonde un'informativa molto preoccupata sull'arrivo di questi "elementi indesiderabili", a suo parere allontanati dai tedeschi. ll govemo albanese e la luogotenenza italiana si consultano sulla decisione di espellerli. ll ministero dell'interno di Tirana e i carabinieri italiani intensificano la vigilanza e i respingimenti alla frontiera. li 19 gennaio 1942 la comunità ebraica di Pristina descrive all'organizzazione ebraica italiana di soccorso Delasem i profughi «così indecisi ed inquieti per l'avvenire». A metà febbraio l'ufficiaie italiano di collegamento presso il comando tedesco di Belgrado comunica ai comando militare italiano in Albania che i tedeschi chiedono la consegna dei fuggitivi, accusandolidi disporre di «ingenti mezzi finanziari» e di finanziare «nuclei comunisti et ribelli in Serbia ci anche elementi antitaliani in Albania». Il comando italiano invia a Belgrado il tenente colonnello dei carabinieri Andrea De Leo. Nel frattempo la presidenza del Consiglio albanese si orienta sembra autonomamente a favore della consegna. L11 marzo De Leo relaziona sui colloqui avuti a Belgrado con autorità tedesche (e ràppresentanti italiani); comunica di aver concordato la consegna dei profughi ebrei e di aver già organizzato quella di un «primo gruppo». Egli stesso dirama il 13 marzo un nuovo ordine di arresto di quelli giunti in Kosovo e il 15 dispone la consegna alla polizia tedesca di «un primo contingente». Questa viene effettuata il 17: sono 51 uomini, donne, bambini (Judit Barta è del 1932). Proprio a marzo i nazisti iniziano l’uccisione, per mezzo di camion con tubi di scarico modificati, dei maschi restanti (anziani e minori) e delle femmine, in gran parte rinchiusi nel campo di Sajmiste. Non è stata reperita documentazione sull’uccisione dei 51; ma alla fine di quella primavera il Terzo Reich in Serbia non detiene più ebrei viventi.

Dopo la consegna del 17 marzo accade qualcosa e i circa altri 100 ebrei profughi da Belgrado a Pristina e Prizren non vengono più consegnati, bensì trasferiti nella «vecchia» Albania. Il nuovo ordine è del ministro dell’Interno albanese. Possiamo ipotizzare che il suo presidente del Consiglio consentisse, ma al momento ciò non è documentato. De Leo comunica al prefetto di Prizren che anche essi debbono essere consegnati, il prefetto lo riferisce al ministro e il 16 aprile gli risponde risolutamente di osservare solo gli ordini del suo superiore (ossia del ministro stesso). A quella data probabilmente né gli italiani né gli albanesi erano a conoscenza dei camion e del gas, ma non si poteva non sapere dell’eccidio di tutti gli uomini e delle prime donne e non era difficile antivedere il destino dei restanti. Io propendo a ritenere che siano stati gli ebrei della comunità di Pristina— sorpresi e poi disperati per la prima rapida consegna — ad allertare le autorità sul destino dei consegnati: sicuramente quelle albanesi, forse anche quelle italiane. I documenti reperiti attestano che alcune delle prime dettero infine ascolto e risposta a quella disperazione, alcune delle seconde no. Certo è che la decisione e l’attuazione della consegna dei 51 furono italiane e non albanesi.

domenica 4 dicembre 2011

Frammenti di Isabella - Memoria di Auschwitz di Isabella Leitner

Isabelle Leitner fu la prima deportata sopravvissuta ai campi a toccare il suolo americano. Deportata ad Auschwitz con la madre e e le sorelle racconta in questo diario il dramma di una famiglia. 

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«Anima. È ciò che il libro rappresenta. L'anima. Dostoevsky sarebbe stato d'accordo» Henry Miller

Isabella Katz Leitner è nata a Kisvarda, in Ungheria. Il padre partì per gli Stati Uniti nel 1939 nel tentativo di ottenere la documentazione necessaria all'immigrazione della moglie e dei sei figli, ma non ricevette i documenti in tempo per salvare la famiglia dalla deportazione.

La madre di Isabella e la sorella più piccola vennero uccise al loro arrivo ad Auschwitz; la sorella maggiore morì a Brgen Belsen. L'autrice e altre due sorelle furono le prime sopravvissute di Auschwitz a mettere piede negli Stati Uniti. Vi arrivarono l'8 maggio 1945, giorno in cui ebbe fine la guerra in Europa. Il fratello, anche lui sopravvissuto, la raggiunse nel gennaio 1946. Frammenti di Isabella venne pubblicato nel 1978 e il suo seguito Saving the Fragmnets, nel 1986.

Gli autori

Isabelle Leitner, nata in Ungheria e sopravvissuta alla deportazione e ai campi di sterminio. Diventata cittadina americana ha dedicato tutta la sua vita a testimoniare l'Olocausto. Oltre a questo libro ha scritto Saving The Fragments e The big lie, un libro per bambini pubblicato nel 1992

Irving A. Leitner, autore e commediografo americano, ha curato le memorie della moglie e ha scritto l'epilogo del libro. È anche coautore di Saving the Fragments. Nel 1993 ha messo in scena al Komisarhevskaya Theater di San Pietroburgo, un'opera basata su Frammenti di Isabella. Quell'occasione fu il primo contatto del popolo russo, a cui le vicende dell'Olocausto erano poco note, con il dramma dei campi di concentramento. E' anche autore di libri per bambini. Come commediografo ha ricevuto importanti premi nel 1986 e 1987.