giovedì 20 ottobre 2011

Anche i mostri sono stati bambini!


Reinhard Heydrich era comandante di divisione delle SS e nel 1941 fu nominato da Hitler governatore del cosiddetto Protettorato di Boemia e Moravia. Heydrich era il prototipo del gerarca hitleriano, tanto feroce da guadagnarsi il soprannome di “boia di Praga”, acceso sostenitore della “Soluzione finale” tanto da coordinare personalmente la conferenza di Wannsee del gennaio 1942 dove lo sterminio del popolo ebraico fu dettagliatamente pianificato. Logico che il governo cecoslovacco in esilio a Londra avesse convinto gli inglesi a far fuori un simile mostro.

L’operazione – non a caso – venne battezzata “Anthropoid”, perché il disumano Heydrich dell’uomo aveva solo le sembianze.

Jan Kubiš e Jozef Gabčík, così si chiamavano i due paracadutisti cechi incaricati ed addestrati a portare a termine la missione.

Il 27 maggio del 1942 Kubiš e Gabčík intercettarono Heydrich che viaggiava senza scorta per le vie di Praga su una macchina scoperta, ostentando un’incauta sicumera, e riuscirono a colpire il veicolo con una granata anticarro. Heydrich morì qualche giorno dopo in seguito alle ferite riportate. I nazisti scatenarono una colossale caccia all’uomo e migliaia di persone furono arrestate e torturate nel corso delle indagini sull’attentato. La fidanzata di Kubiš, Anna Malinová, fu detenuta, torturata e infine inviata al campo di sterminio di Mauthausen dove morì. Molti altri parenti ed amici degli uomini del commando furono uccisi. Kubiš e Gabčík stesi non riuscirono ad abbandonare Praga e furono scovati un paio di settimane più tardi, nascosti in una chiesa ortodossa insieme ad altri patrioti. Dopo sei ore di violentissimo conflitto a fuoco con le SS, vistisi perduti, Kubiš e Gabčík preferirono darsi la morte.


Fremente di rabbia per aver perso uno dei suoi uomini migliori e per non aver potuto catturare vivi gli attentatori, Hitler organizzò personalmente una ritorsione esemplare. Scelse un piccolo villaggio nei pressi di Praga, Lidice, e ordinò che tutti i maschi sopra i 16 anni fossero fucilati (192 morti) e che le donne e i bambini fossero deportati a Ravensbrück e Chelmno (pochissimi scamparono alla morte). Le povere case di Lidice furono date alle fiamme ed il villaggio raso al suolo e cancellato dalla mappe.


Memoriale dei bambini di Lidice, gruppo bronzeo dell’artista Marie Uchytilová


In onore del “boia di Praga” la costruzione dei primi tre campi di sterminio tedeschi (Treblinka, Sobibór e Bełżec) prese il nome di “Operazione Reinhard”.

Matthias Sindelar

Il Mozart del pallone

Ironia della sorte, l'ultima volta che si allacciò le scarpe bullonate lo fece a Berlino il giorno di Santo Stefano del 1938, il «suo» Austria Vienna sfidava l'Hertha. Segnò anche quella volta Mathias Sindelar, come per far vedere ai tifosi tedeschi cosa avevano perso.

Perché Cartavelina (così era soprannominato l'attaccante della Grande Austria) aveva detto no alla nazionale di Hitler. Rifiutando di fare più forte una Germania in espansione totale: militare, economica, ma anche sportiva.
 
Matthias Sindelar, esile artista del gol di origine ebraica, era nato nella Moravia austriaca ai confini con quella che oggi è la Slovacchia, il 10 febbraio 1903. Cresciuto in famiglia dalle risorse economiche limitate, si trasferisce a Vienna, dove si scopre calciatore per caso.

Il papà muore sull'Isonzo combattendo nella Grande Guerra: per la famiglia Sindelar la vita diventa più dura. La mamma mantiene Matthias e tre sorelle aprendo una lavanderia.

Il ragazzo aiuta in casa, ma quando può si butta in strada a calciare palle improbabili fatte di stracci. Matthias cresce e qualcuno pensa di farlo giocare con un pallone di cuoio.

Incomincia con l'Hertha, poi passa all'Fk Austria. Grazie ai suoi gol (siamo nel '27) la squadra vince la Mitropa Cup, potremmo definirla la Champions dei giorni nostri.
 
Con Sindelar nasce il Wunderteam, una nazionale destinata a segnare un' epoca: dal maggio 1931 all' aprile 1933 l'Austria guidata da Cartavelina (che in tedesco suona der Papierene) raccoglie una serie impressionante: 16 partite, 12 vittorie 2 pareggi e solo 2 sconfitte, 63 reti segnate, 20 subite. Il Mondiale in Italia è alle porte e il nazismo è imperante, si aprono i primi lager con gente come Sindelar finita in un angolo e tanti altri ebrei nei campi di sterminio, dopo espropri, umiliazioni, privazioni.


In quell'epoca Matthias pensa solo a tenere sotto controllo il ginocchio destro (che portava fasciato) e dribblare gli avversari.
 
Così lo ha raccontato Vladimiro Caminiti:

«Era cresciuto senza scarpe e soffrendo la fame. Kalman Konrad lo aiutò a diventare il finissimo rapsodico del calcio. Uno stelo appeso a due occhi azzurri che saettava come una freccia verso i gol più meravigliosi».

«Sindelar era imprendibile. Monti non ce la faceva proprio con quel diavolo», così lo vedeva Angiolino Schiavio nella semifinale del Mondiale.

È il 1934, San Siro, l'Italia scopre il calcio: le tribune traboccano di spettatori, è una partita memorabile che esalta le doti di Combi portiere e la prontezza di Guaita che al 19' del primo tempo realizza il gol-partita. Quello che lancia l'Italia verso il primo titolo iridato e che consacra Sindelar.

Il Mozart del calcio (come lo chiamava Hugo Meisl, la guida di quella nazionale) non gioca la finale per il terzo posto e un'Austria in grandi ristrettezze economiche perde con la Germania 3-2.

In campo Sindelar c'è, invece, nel famoso 8-2 sull'Ungheria, qualche tempo prima - quando Matthias segna 3 gol e fornisce tutti e 5 gli assist ai compagni per le altre reti - e ancora in quel 3 aprile 1938, a Vienna. Nella capitale si «festeggia la pacifica annessione» del Paese.

Ovunque bandiere con la svastica a benedire l'Anschluss. Il Prater, lo stadio che adesso sta a fianco della ruota panoramica, è in festa per la partita coi «fratelli tedeschi». La propaganda del regime di Hitler crede nello sport, come dimostrano le Olimpiadi (estive e invernali) organizzate nel 1936.La Germania, che 4 anni prima era di bronzo - si pensa -, con l'inserimento dei più forti giocatori austriaci, a cominciare da Sindelar, può puntare alla Coppa Rimet, che di lì a poco si giocherà in Francia. L'Austria, che quel giorno va in campo per l'ultima volta con la sua maglia biancorossa, sa già che non potrà disputare il Mondiale. L'annessione ha escluso Sindelar e compagni da quell' appuntamento, ci sarà solo la Grande Germania.

Sindelar non ha paura di esporsi e si rivolge così al vecchio presidente ebreo: «Il nuovo fuhrer dell' Austria Vienna, ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno, signor Schwarz, ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla». Itempi sono cambiati, vanno di moda le camicie brune, alcuni club ebraici sono già stati chiusi. All'Austria Vienna verrà imposto di cambiare nome (in Ostmark, provincia orientale). E mentre i giocatori non vengono toccati, molti dirigenti di origine ebraica sono rimossi dai rispettivi incarichi.

Sindelar non ha paura di esporsi e si rivolge così al vecchio presidente ebreo: «Il nuovo fuhrer dell' Austria Vienna, ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno, signor Schwarz, ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla».
 
Sindelar non si smentisce neppure in campo quel 3 aprile 1938. Ubriaca i tedeschi in campo e li sfida fuori: segna il decisivo 2-1 e disputa una delle sue partite più belle. Alla fine il rigido protocollo impone il saluto ai gerarchi presenti in tribuna. Non tutti alzano il braccio teso davanti agli occhi: Sindelar e Karl Sesta rifiutano.

Sepp Herberger, l'allenatore della Germania, capisce che il ginocchio non c'entra nulla quando Matthias gli aveva detto che non avrebbe cambiato maglia. «Mi accorsi - racconterà anni dopo il tecnico tedesco - che c'erano altri motivi per cui non voleva giocare e io decisi di lasciarlo in pace, anche se sapevo che era ancora il più forte». Dietro quel no si sta per chiudere anche la vita di Sindelar: alcuni compagni ebrei scelgono di giocare con la Germania, ma dopo il rovescio francese (eliminazione negli ottavi da parte della Svizzera) scappano all'estero. Per Mathias c'è l'ultima partita a Berlino, l'ultimo gol, l'ultimo mese di vita, prima di un presunto suicidio il 23 gennaio del 1939, a neppure 36 anni.

Accanto a lui trovano una giovane ebrea italiana, Camilla Castagnola, che aveva incontratoqualche giorno prima (morirà dopo pochi giorni senza aver mai ripreso conoscenza). La versione ufficiale fornita è «avvelenamento da monossido di carbonio». Ma la tesi appare dubbia: qualcuno ha parlato di suicidio, altri di omicidio (da parte della Gestapo), altri ancora di incidente. Comunque la polizia austriaca archivia il caso in fretta. Dopo la guerra sparisce anche l'incartamento legato alla vicenda Sindelar. Restano i suoi gol, il suo genio calcistico, il suo fiero rifiuto di piegarsi alla violenza e all'arroganza del nazismo.

Restano per sempre i giorni nei quali "cartavelina" entrava nell'area avversaria, perfetto nella sua figura quasi scheletrica, intangibile, destinato al gol o al tocco smarcante.
 

Il lottatore rosso che sfidò il nazismo

La storia di Seelenbinder, dai Giochi al lager



Germania, è il 24 ottobre del 1944. Nel campo di concentramento di Brandenburg-Görden, alle porte di Berlino, un gruppo di uomini viene condotto alla morte. I prigionieri camminano in fila, con le mani legate dietro alla schiena. Bisogna fare in fretta, perché il boia sta aspettando, e la lista si profila lunga. Improvvisamente, però, uno di loro alza la testa. Ha i capelli neri, le guance magrissime. Pesa 60 chili, ma sotto la divisa a strisce ancora si indovina ciò che resta di un'antica muscolatura possente. Si volta verso le celle, e grida: «Compagni, oggi noi saremo ammazzati. Ma voi resisterete. Morte a Hitler: salutateci l'Armata rossa». Il suo nome è Werner Seelenbinder, ha 40 anni, ed è stato uno dei più forti campioni di lotta greco-romana dell'intera Europa. Appeso sul petto, porta cucito il triangolo rosso. Significa: deportato politico, militante comunista. Un marchio che mostra con orgoglio. Durante il processo, qualche mese prima, il giudice lo ha violentemente insultato. Poi, rivolgendosi ai giurati, è esploso: «Guardatelo, è il nostro pericolo pubblico numero uno». Per il regime, ha sempre rappresentato una minaccia. Lo chiamano «Cane rosso». Il suo è un palmares invidiabile e per questo fa paura. Vincitore dei Giochi olimpici operai: a Francoforte, nel 1925, e a Mosca, tre anni più tardi. E ancora, due medaglie di bronzo ai campionati europei, e sei ori in Germania. Nel 1936, decide di iscriversi alle Olimpiadi di Berlino: la sua partecipazione è un solitario gesto di sfida. Il più plateale e, probabilmente, anche il meno propizio. Annuncia agli amici: «Hitler, lo saluterò a modo mio. Se conquisto il podio, farà bene a non presentarsi». Gli va male, arriva quarto. Ma i suoi propositi sono ben noti a tutti: nessuno, neppure gli atleti ebrei, o gli americani di colore, hanno osato tanto. Il Fuhrer non se ne dimenticherà: mentre la storia, a quanto pare, sì. Oggi, quasi nulla sembra essere rimasto del suo passaggio. Neppure a Berlino, dove gran parte delle vecchie targhe commemorative sono scomparse nel 1989, con la caduta del muro. Ne sopravvivono pochissime. Una di queste recita: «In memoria di Werner Seelenbinder, lottatore olimpico, che si batté contro la guerra e il fascismo». Si trova a Bezirk Neukölln, nella periferia sud, alle porte di un piccolo stadio: l'unico che i suoi connazionali hanno voluto dedicargli. Ed è proprio qui, all'ombra delle basse gradinate e dei palazzoni popolari, che Seelenbinder mosse i primi passi della sua folgorante carriera sportiva. Correvano gli anni Venti: Werner è un semplice ragazzotto di provincia. Alto, grosso, mani callose, collo possente. Viene da Stettino, nella Pomerania occidentale. Suo padre era muratore, lui un po' di tutto: operaio, facchino, falegname. E' poco più che diciottenne, quando si iscrive all'Arbeiterathletenbund, un'associazione atletica proletaria, legata ai partiti di sinistra. A 21 anni, arrivano i primi successi. Nessuno, sul ring, riesce a tenergli testa. Lui, però, continua a lavorare e ai compagni che temono un suo ritiro dall'officina, risponde: «Non preoccupatevi, resterò sempre quello che sono». Nel 1928, ottiene la tessera del Kpd, il partito comunista tedesco. Ma la situazione, attorno a lui, si fa sempre più difficile: crisi economica, conflitti sociali, scioperi, scontri armati e tentativi di golpe. La debole repubblica di Weimar è più vacillante che mai. Il 30 gennaio del 1933, Hitler ottiene l'incarico di formare un nuovo governo. Immediatamente, tutte le organizzazioni operaie vengono sciolte. Migliaia di attivisti finiscono in carcere. Altri passano alla clandestinità. Seelenbinder vorrebbe essere tra questi ma al momento gli viene imposto di soprassedere. Ha 29 anni, è celebre, osannato e conosciutissimo. Può continuare sulla sua strada: il regime non si azzarderà a colpirlo. Passano pochi mesi e Werner conquista il suo primo titolo di campione di Germania. Le finali si svolgono a Dortmund, in uno stadio stracolmo e rumoreggiante di applausi. Giunge il momento delle premiazioni: il pubblico si alza in piedi, col braccio teso, mentre l'orchestra, ai piedi del palco, esegue l'inno nazista. Seelenbinder è l'unico a non cantare: se ne resta fermo, con lo sguardo fisso, e le mani significativamente conserte dietro alla schiena. Scriverà Walter Radetz, il suo biografo: «Qualcuno, quella sera, gli donò un grosso mazzo di rose rosse. Lui le alzò in alto, di fronte alla platea. Poi ne prese alcune e le distribuì al secondo e al terzo classificato. I due poveracci erano troppo terrorizzati: non ebbero il coraggio di rifiutare». Il giorno seguente, scoppia il caos. La stampa nazista è furiosa: Werner viene arrestato, interrogato e rinchiuso nella Columbia-Haus, una delle prime carceri della Gestapo. Vi resterà dieci giorni. Alla reclusione, si aggiunge poi un lungo periodo di squalifica sportiva: sedici mesi. Il trofeo, però, nessuno può levarglielo. Scontata la pena, Seelenbinder incomincia a viaggiare: lo farà assiduamente, sia prima che dopo le Olimpiadi. La sua presenza è richiestissima, soprattutto all'estero. Lui si adegua di buon grado, va da un amico e fa modificare tutti i fondi delle sue valige. Vi nasconde qualunque cosa: documenti falsi, stampa sovversiva, volantini, manifesti, valuta straniera. Ogni gara, una vittoria. Ogni vittoria, un nuovo carico. E' il Soccorso rosso internazionale: una delle ultime ancore di salvezza, di fronte all'irresistibile avanzata del regime. Ma a Werner non basta. Nel 1938, inizia a stringere contatti con i gruppi della resistenza illegale. Aderirà a quello di Robert Uhrig, un operaio delle officine Osram di Berlino. L'organizzazione è ben radicata e conta varie centinaia di militanti, molti dei quali comunisti. Seelenbinder si mobilita fin da subito per procurar loro denaro e rifugi: un'impresa rischiosa e comunque destinata al fallimento. E' il 4 febbraio del 1942, quando, come un fulmine, scatta il blitz delle Ss. Gli attivisti sono quasi tutti arrestati: con loro c'è anche Werner. Lo portano nel carcere di Alexanderplatz, e quindi a Großbeeren, uno dei più duri lager della Prussia centrale. Viene picchiato e torturato. La polizia non gli dà tregua: vuole nomi, indirizzi, descrizioni dettagliate. Lui, però, non parla. Un giorno, preso dallo sconforto, sussurra a un compagno: «Se mai riuscirai a tornare a casa, toccherà a te raccontare ciò che abbiamo vissuto. Devi dire tutta la verità, soprattutto ai giovani. Solo così, forse, non si ripeterà più». L'ultima lettera è per suo padre, il vecchio muratore di Stettino: «Spero di essermi conquistato un posto in qualche cuore, tra gli amici e i compagni di sport. Questo pensiero mi rende molto orgoglioso: ti prometto che saprò essere forte». Così se ne va Werner Seelenbinder, che di mestiere faceva l'atleta.

Trollmann, il pugile zingaro che sfidò il Terzo Reich


Berlino, 1933. Danzava, lo zingaro. E vinceva. Saltellava, colpiva veloce: come molti anni dopo avrebbe fatto Mohammed Alì, tanto per dire. Johann Trollman era un eroe. Era fascinoso, con quei riccioli scuri, era elegante. Aveva stile. Lo amavano le donne, le celebrità si accalcavano in prima fila per assistere ai suoi match. La gente si scalmanava, i titoli dei giornali erano sempre per lui. Una carriera folgorante, quella di Trollmann, detto “Rukelie”. Campione tedesco dei pesi medi: lo scontro per il titolo con Adolf Witt è leggendario. Dopo sei round, l’ariano Witt, una specie di colosso inamovibile, era a pezzi. In prima fila c’è un gerarca nazista, tale Georg Radamm, presidente dell’associazioni pugili tedeschi, che ordinò di annullare l’incontro. Il pubblico esplose di rabbia, invase il ring e difese il proprio campione: gli gettarono al collo la corona, i nazisti sfiorarono il linciaggio. Trollmann pianse. Di felicità.

Campo di concentramento di Neuengamme, 1943. Un uomo denutrito, ridotto a poco più che uno scheletro ma con indosso i guantoni da boxe, crolla nel fango. Non è chiaro cosa sia successo: si sa che ci sono stati degli spari. È il detenuto nr. 721/1943. Il suo nome è Johann Trollmann. Lo avevano, come tante altre volte, massacrato di botte: sapendo che era stato un campione, gli infilavano i guantoni e lo facevano a pezzi. Per tenerlo in piedi più a lungo, gli davano una doppia razione di cibo. «Adesso difenditi, zingaro», gli urlavano le SS.
La storia di Johann Trollmann è una delle più straordinarie e meno raccontate del Terzo Reich. Meno raccontate per un solo motivo: “Rukelie” era un sinti. «Integrato» e inurbato, per così dire, ma pur sempre sinti. Fino al ’33, anno dell’ascesa di Hitler al potere, conobbe qualche sporadico episodio di discriminazione. Dopo, la sua carriera fu una discesa agli inferi, che solo nel 2010 conoscerà una parziale riparazione, quando verrà inaugurato a Berlino, a Kreuzberg nel Viktoriapark, un monumento a forma di ring a lui dedicato, realizzato da un gruppo di artisti capeggiato dal pittore d’avanguardia Alekos Hofstetter, che si è fatto promotore dell’iniziativa convinto che – se pure la Germania abbia compiuto moltissima strada per quello che riguarda la pesantissima eredità nazista – quella di Trollmann sia una storia da riabilitare pienamente. Che, insomma, i tedeschi non abbiano ancora finito di fare i conti col proprio passato, soprattutto per quel che riguarda rom e sinti. Non a caso, prima di lui, la storia del «pugile zingaro» l’ha raccontata unicamente il giornalista e scrittore Roger Repplinger, nel libro Leg dich, Zigeuner (Piper Verlag, 2008).

Eppure la vicenda umana e sportiva di “Rukelie”, nato il 27 dicembre 1907 a Wilsche è, con tutto il suo carico di dolore, ingiustizia, discriminazione e razzismo, una vicenda eccezionale ed emblematica. Professionista dal ’29, era diventato rapidamente uno dei pugili più richiesti dell’epoca. Trollmann combatteva sia nei pesi medi che nei mediomassimi. Quasi sempre aveva la meglio sugli avversari di categoria superiore, grazie ad uno stile che all’epoca era pura avanguardia: veloce sulle gambe, quasi danzante, colpi brevi e formidabili. Roba «animalesca», secondo le camicie brune, «effeminata», niente a che vedere con «il vero pugilato ariano». Come non bastasse, dato che Johann era sinti, non era accettabile l’affronto del titolo vinto contro Adolf Witt. Così, una settimana dopo quel 9 giugno in cui Rukelie ebbe il titolo, il titolo gli fu tolto. Con una motivazione ridicola: le lacrime – di gioia – che gli erano corse sulle guance non erano «degne di un vero pugile». Un «comportamento pietoso», fu l’espressione usata dall’associazione dei pugili, già completamente assoggettata al partito nazionalsocialista. Ma non bastava.

Lo «zingaro» era troppo famoso, troppo amato, e certo non era conforme ad una visione ariana dello sport. L’affronto della vittoria contro Witt doveva essere vendicato. Fu organizzato un nuovo incontro, questa volta contro Gustav Eder, che successivamente sarà campione europeo: una sconfitta annunciata, anzi preparata con cura. Proibirono a Trollmann di muoversi dal centro del ring, gli dissero che se avesse «danzato» schivando i colpi gli avrebbero tolto la licenza. Johann doveva perdere, e basta. Johann lo sapeva.

Quel che segue fa di Trollmann uno dei più straordinari eroi della storia dello sport. Un eroe tragico, quasi nel senso greco del termine: “Rukelie” si presentò sul ring con i capelli tinti di biondo-oro e con tutto il corpo cosparso di farina. Consapevole di andare a farsi massacrare, con questo gesto provocatorio e smisurato coraggio si prese gioco di tutta la retorica del «combattente ariano» con cui la propaganda nazista aveva gonfiato e avvelenato il paese: piantato come una quercia, per cinque round venne preso a cannonate da Eder, finché non crollò a terra, avvolto da una nube candida di farina che si alzò per aria.

Gli anni seguenti furono un rapido viaggio nell’inferno del nazismo. Ancora qualche sporadico combattimento: «Sdraiati, zingaro», gli ululavano le camicie brune dall’angolo, «altrimenti prendiamo te e la tua famiglia». Per qualche anno comparve alle fiere di paese combattendo per pochi spiccioli, in altri periodi addirittura visse nascosto nei boschi. I sinti e i rom – che vennero degradati al livello «non-umano» degli ebrei soltanto nel ’38 – furono obbligati in molti casi a farsi sterilizzare: idem Trollman. Che, per di più, divorziò dalla moglie pur di evitare che la sua famiglia fosse destinata alla deportazione.

Nondimeno, il pugile fu richiamato dalla Wehrmacht e mandato al fronte. I nazisti continuarono ad infierire: al suo ritorno, nel ’42, venne arrestato dalla Gestapo e deportato nel lager di Neuengamme, vicino Amburgo. Qui, racconta Repplinger, dovrebbe aver incontrato un collega sportivo, l’ex stella del calcio Tull Harder, «l’ariano» Tull Harder, nel frattempo diventato ufficiale delle SS. Storie parallele di sportivi tedeschi: messo sotto accusa dopo la guerra per aver comandato un sottocampo vicino Hannover, dove migliaia di ebrei polacchi furono resi schiavi e poi portati alla morte, Harder dichiarò durante il processo di non essere a conoscenza di quello che accadeva nel suo lager. Venne condannato a 15 anni, ma già per il Natale del ’51 era un uomo libero.

Ebbe anche una pensione: un privilegio che ai pochi sinti e rom sopravvissuti all’olocausto non fu concesso mai, perché diversi tribunali avevano sentenziato che gli zingari erano stati preseguitati non per la razza, ma erano finiti nei lager in quanto «criminali». Solo nel 2003 agli eredi Trollmann fu consegnata la cintura da campione di “Rukelie”, in una triste cerimonia disertata dai dirigenti dell’Unione dei pugili professionisti tedeschi. Gustav Eder, che aveva abbattuto l’inerme Johann coperto di farina, morì di vecchiaia nel ’93. Trollmann finì nel fango di Neuengamme, con addosso solo i suoi guantoni da boxe.

Häfner, il martire che sfidò Hitler

A sessant’otto anni dalla sua morte a Dachau, domenica 15 maggio, a Würzburg, in Baviera, la Chiesa cattolica ha elevato a beato il sacerdote tedesco Georg Häfner (1900-1942), la cui morte per mano dei nazisti è stata giudicata essere dovuta all’ “odio per la fede”.

Quarto cattolico ad essere riconosciuto martire a causa del nazismo, Häfner è stato uno dei circa 500 chierici tedeschi ed austriaci arrestati con l’accusa di aver predicato contro la nascita del Terzo Reich. Il nuovo beato è il. Si unisce ai santi Massimiliano Kolbe e Teresa Benedicta della Croce (Edith Stein) ed al beato Franz Jägerstatter. Benedetto XVI, lui stesso bavarese, ha detto durante la preghiera del Regina coeli in San Pietro, a Roma: “Nel tumulto del nazismo, Georg Häfner fu pronto come pastore fedele a pascere il gregge fino al sacrificio della sua stessa vita e a condurre molte persone alle acque della vita nella proclamazione della verità e nell’amministrazione dei sacramenti”.

Da parte sua il vescovo di Würzburg, mons. Friedhelm Hofmann, nell’omelia di domenica ha sottolineato come in quest’elevazione trovino riconoscimento i tanti sconosciuti che in quella particolare epoca hanno testimoniato con rigore, fino alle estreme conseguenze, la loro fede cristiana. Alla cerimonia di beatificazione ha partecipato anche il prelato quasi centenario Hermann Scheipers, che venne imprigionato a Dachau insieme a Häfner. Tra le altre, di particolare valore è stata la presenza di Josef Schuster, presidente della comunità israelitica della Baviera.

Nato a Würzburg il 19 ottobre 1900, dopo essere stato cappellano in diverse località, nel 1934 Häfner divenne parroco a Oberschwarzach. Le sue coraggiose prese di posizione a difesa della chiesa e contro il regime nazista gli provocarono presto denuncie ed interrogatori da parte delle SS, fino all’arresto, nel 1941. Il 14 dicembre di quello stesso anno venne trasferito nel Lager di Dachau (sarà il numero 28876), dove, dopo una lunga sofferenza provocata da malattia, fame e maltrattamenti, morirà il 20 agosto 1942. Quella del beato Georg Häfner è stata una figura di martire del tutto particolare.

Il motivo che lo spinse fino una dura opposizione al regime potrebbe sembrare a noi contemporanei marginale, perfino banale. A Dachau non giunse perché in conflitto con le guerre d’aggressione di Hitler, con le teorie naziste sulla razza o a causa della persecuzione degli ebrei. Dopo essersi rifiutato di fare il saluto nazista, al sacerdote venne vietato l’insegnamento a scuola e a suscitare le ire del regime fu l’intransigenza di Häfner su temi come il divorzio, la possibilità di contrarre nuovo matrimonio dopo la separazione e sulla sepoltura cristiana.

Causa del suo arresto, infatti, fu la modalità con la quale avvennero la morte e la sepoltura di un iscritto al partito nazista, un certo Michael Wünsch. Prima che questi spirasse, Häfner gli fece sottoscrivere uno scritto col quale quello dichiarava essere il suo secondo matrimonio, non riconosciuto dalla chiesa, “nullo davanti a Dio e alla sua coscienza”. Grazie a quella dichiarazione il sacerdote poté procedere alla sepoltura cristiana del nazista. Nell’interrogatorio cui venne sottoposto per giustificare quel gesto, Häfner disse: “Per me era determinante il fatto che il morto si fosse riappacificato con la chiesa ed io ho ritenuto essere un mio dovere favorire quella riappacificazione”. La risposta non piacque ai responsabili del NSDAP, convinti com’erano che anche il partito fosse in grado di garantire ai morti una degna sepoltura…

Da quel momento ebbe inizio la via crucis di Häfner. Di particolare significato per la causa di beatificazione, come ha sottolineato il postulatore, mons. Günter Putz, si sono rivelate le 16 lettere scritte e indirizzate dal sacerdote da Dachau alla sua comunità di Oberschwarzach. In quelle lettere emerge infatti la totale partecipazione del pastore, nonostante le condizioni costrittive e d’indigenza, alla vita della propria comunità. Secondo la testimonianza di un ex prigioniero, Häfner sopportò la propria prigionia come “espiazione per gli uomini e le donne della sua parrocchia”. In Germania la festa del beato Georg sarà celebrata il 20 agosto, giorno della sua morte.

“La Via del Trebbio” di Lucernesi e Bertocci


“La via del Trebbio”, scritta a quattro mani da due biturgensi doc Alvaro Lucernesi e Andrea Bertocci, è ispirato alla vicenda personale di Alvaro Lucernesi, la cui famiglia nascose e aiutò alcuni ebrei provenienti da Trieste.

Il libro ripercorre le esperienze legate all’ultimo periodo della seconda guerra mondiale attraverso le pagine del suo taccuino e la descrizione degli eventi visti dagli occhi di un ragazzo di sedici anni, assistente del giovane Don Duilio Mengozzi, parroco del Trebbio. Pagine eroiche che si intrecciano con le vicende personali di personaggi famosi, come il critico letterario Attilio Momigliano, nascosto con la moglie nel reparto malattie infettive dell’Ospedale di Sansepolcro, dove compose il commento alla “Gerusalemme liberata” del Tasso, o come la triestina Emma Goldschmied Varadi, spacciata per la madre di Don Mengozzi e ospitata nella sua canonica nella parrocchia di campagna del Trebbio.

Proprio da questa località, posta ad alcune centinaia di metri dal fiume Tevere, transitò un grande numero di fuggitivi nel tentativo di raggiungere le linee inglesi sulla riva opposta del fiume. Su questo scenario si stagliano note figure locali, come il vescovo Pompeo Ghezzi e il dottor Carlo Vigo, ma anche dei fratelli Buitoni che, titolari del noto pastificio, assunsero e sostennero il medico ebreo Marino Finzi, contravvenendo alle disposizioni in materia di leggi razziali. “Ma i fatti di Sansepolcro non corrisposero a comportamenti isolati – ricorda Bertocci -. Con la regia delle autorità ecclesiastiche e l’assistenza di sacerdoti e suore, molti ebrei in fuga dalle città poterono sottrarsi alle deportazioni trovando rifugio nei conventi o presso famiglie di parrocchiani”. Con le note esplicative, le illustrazioni e le foto originali dell’epoca, il libro si conclude con una panoramica delle tante storie di ebrei nascosti nel borgo di Anghiari (dove furono accolte numerose famiglie) e di Città di Castello.

“L’idea è quella di organizzare a breve una presentazione ufficiale del volume, abbinata ad una cena con cucina ebraica – dice Bertocci -. Si tratta di una storia avvincente divisa a metà tra l’esperienza di un ragazzo, quasi un racconto alla Mark Twain, ed una serie di vicende, anche drammatiche, che per le nostre zone rappresentano quasi delle novità, in quanto poco conosciute e ignorate del tutto”.


foto della famiglia triestina dei Varadi (Massimo, Myra e la figlia Nidia)

con Alvaro Lucernesi e don Duilio Mengozzi nel 1948 davanti al vecchio Ospedale Civile di Sansepolcro

Maria Leitner

Maria Leitner nasce il 19 gennaio 1892 nella Croazia del nord, nella cittadella di Varaždin, poco distante da Zagabria, in una famiglia ebrea di lingua tedesca. Cresce tuttavia in Ungheria, in particolare a Budapest, dove compie anche gli studi liceali. Le informazioni sulla sua vita sono alquanto frammentarie e incerte. Secondo le voci più accreditate trascorre gli anni dal 1910 al 1913, dopo aver conseguito la maturità liceale, in Svizzera, per studiare lì storia dell'arte e sanscrito. Di ritorno a Budapest, nel 1913, prende a collaborare come giornalista alle pagine di «Az Est», un popolare giornale scandalistico. In seguito allo scoppio del primo conflitto mondiale, Leitner lavora per diverse testate giornalistiche ungheresi come corrispondente di guerra da Stoccolma.

Nel frattempo, anche sulla spinta dell'influsso che ebbero su di lei i fratelli János e Miksa, Maria aderisce ai nascenti movimenti di protesta antimilitarista, legati ai moti di ispirazione socialista sorti all'indomani della caduta dell'impero austroungarico. Il 1919 costituisce infatti un momento storico particolare per la politica ungherese, è l'anno in cui i socialisti, rappresentati da Béla Kun, riescono ad assumere il potere e salire al governo, che devono tuttavia lasciare solo 133 giorni dopo, a causa di polemiche interne al partito e dell'opposizione degli alleati. Nell'agosto del 1919, al culmine della crisi politica, Budapest viene attraversata da truppe rumene che, in un vero e proprio pogrom, uccidono più di 5000 comunisti e simpatizzanti del nuovo regime. Maria Leitner e i fratelli si danno alla fuga, rifugiandosi a Vienna. Lì, nell'estate del 1920, con l'incarico di delegata del governo ungherese, Leitner partecipa al II Congresso Internazionale dei Giovani Comunisti e lì conosce Willi Münzenberg. Grazie a lui ottiene un posto di lavoro come traduttrice dall'inglese presso una casa editrice comunista di Berlino, dove la scrittrice si trasferisce in compagnia dei fratelli. La sua attività di traduttrice, iniziata con la prima pubblicazione del 1923, è lunga e prolifica.

Nel 1925, per conto della casa editrice Ullstein, Leitner parte per l'America. Durante il viaggio attraversa il paese in lungo e in largo, visitando stati e città degli Stati Uniti, del Venezuela e anche un paio di isole caraibiche. Di questi viaggi sono rimasti oggi dei resoconti narrativi di grande intensità. Nella forma del reportage Leitner scopre infatti la sua maggiore vocazione alla scrittura. Il suo sguardo, di taglio senz'altro giornalistico, si mostra sempre volto all'indagine delle condizioni di vita e lavoro della gente del luogo. A questo proposito, per meglio osservare e raccontare esperienze di vita americane, svolge numerosi mestieri che le permettono di osservare diverse tipologie di lavoro e modalità di tutela del lavoratore.

Di ritorno a Berlino, nel 1929, Maria pubblica la sua prima novella, con il titolo di Sandkorn im Sturm. Il testo, che rielabora gli eventi della storia a lei contemporanea, viene pubblicato su un giornalino di ampia diffusione, dal titolo «Welt am Abend». Nell'anno seguente, lo stesso in cui appare il suo primo romanzo, Hotel Amerika, la scrittrice s'iscrive all'unione degli scrittori proletari e rivoluzionari. Colleghi illustri ne facevano già parte, tra essi ricorderemo solo Anna Seghers, Bertolt Brecht ed Erich Weinert. Probabilmente per l'eccessiva esposizione alle polemiche politiche, per la sua fede ebraica, nonché per l'attenzione che la sua prosa dedicava ai problemi delle classi sociali più svantaggiate, alla condizione femminile e a quella dei lavoratori - problemi ai quali, a partire dal 1932 Leitner aveva dedicato numerosi reportage viaggiando per la Germania - fin dal 1933, il romanzo venne inserito nella lista dei libri proibiti e sgraditi al regime. Nello stesso anno la scrittrice, dopo aver trascorso alcuni anni sotto falso nome in Germania, decide di fuggire, passando prima per Praga per giungere, dopo varie peregrinazioni, a Parigi, dove resterà fino all'aprile 1940, mantenendosi con diversi lavori. Aiutata da un passaporto falso, riesce di tanto in tanto a far ritorno in Germania e a continuare la sua attività di osservatrice del mondo sociale politico: i suoi resoconti sulle mutate condizioni di vita nella Germania nazionalsocialista appaiono su numerosi giornali d'esilio francesi, russi e americani. È inoltre di questi anni anche la composizione del suo romanzo Elisabeth ein Hitlermädchen.

In quell'anno, con l'arrivo delle truppe tedesche a Parigi e per i motivi già elencati, la scrittrice è deportata nel campo d'internamento di Gurs, dal quale riesce a fuggire dopo due mesi di prigionia, per riparare prima a Tolosa e poi a Marsiglia.

Avendo compreso che le sue condizioni di vita sono sempre più precarie, Leitner scrive numerosi appelli di aiuto. Nonostante raccolga manifestazioni di sostegno da parte di alcuni colleghi, come ad esempio, Anna Seghers, non riceve nessun aiuto concreto. La richiesta scritta di aiuto che risale al 4 marzo 1941 resta l'ultima testimonianza della sua presenza a Parigi. Da quella data, infatti, della scrittrice non si hanno più tracce. Le voci sulla sua possibile fine sono discordanti, in alcune fonti si legge che alla fine di quell'anno abbia lasciato la Francia e altrove che sia invece morta, in solitudine, di stenti.