sabato 12 marzo 2011

DIARIO

I VILI ITALIANI PEFERISCONO FARSI SUCCHIARE IL SANGUE DA QUESTI EBREI SENZA PATRIA".


DIARI DI CLARETTA /1 – IL DUCE TRUCE SI CONFIDA CON LA AMATA PETACCI: “I VILI ITALIANI PEFERISCONO FARSI SUCCHIARE IL SANGUE DA QUESTI EBREI SENZA PATRIA” – “I TEDESCHI SONO FANATICI” - “IN FRANCIA PREMIER È EBREO E LE DONNE PUTTANE E PAZZE PER I NEGRI” – “GLI INGLESI SONO UBRIACONI PEDERASTI, LA LORO PARTE IMPORTANTE È IL MEMBRO MASCHILE”…

Le frasi qui riportate provengono dal volume "Mussolini segreto", nel quale Mauro Suttora ha raccolto una sintesi dei diari di Claretta dal 1932 al 1938.


1- EBREI...4.8.38: "Gli ebrei dicono che è la mia giovane amante a spingermi alla lotta antisemita"."Ho ricevuto una nota dalla polizia che a Venezia corre voce fra gli ebrei che la lotta antisemita io l'ho iniziata e fatta per l'influenza della mia amante giovane che è antisemita per la [pelle], non solo lei ma anche il padre, dottore del Vaticano. Pensa che perfidia. Sì hai ragione, è stata la Rifatti [spregiativo per l'ex amante ebrea Margherita Sarfatti], credo anch'io.

Tanto più che a Venezia il centro ebraico è forte e ha i suoi parenti. Hai ragione, è una vendetta della Rifatti. Tu non sei stata mai antisemita. Anzi, abbiamo avuto delle discussioni appunto perché li hai difesi dicendo: ‘Poveretti, lasciali vivere, che colpa ne hanno di essere ebrei'. Questa è una vendetta semita, come fecero per Hitler: tirarono fuori la storia che era pederasta. Falso.




9.9.38: "Ora tutti piangono per gli ebrei, ma fino a ieri li avrebbero fatti a pezzi""Ora tutti piangono per gli ebrei: ‘Ma che hanno fatto, ma perché, poveretti, che pena...' Fino a ieri li avrebbero fatti a pezzi, erano usurai, strozzini, ladri. Oggi sono le vittime, e piangono. Gli italiani vili dal cuoricino tenero si commuovono e accolgono questi ebrei che vanno a piangere nel cuore dei cristiani. Senza poi contare che ancora non gli è stato fatto nulla, non sanno che accadrà, i professori non sono stati ancora destituiti.
I provvedimenti sono stati presi subito per gli ebrei stranieri. Qui loro tremano, corrono, vendono e comprano gioielli, ma di sicuro non sanno nulla, la loro sorte non la conoscono. Io non li uccido, desidero che vivano la loro vita all'infuori della nostra, che siano divisi da noi. Nello stato ma per conto loro, come stranieri. Farò loro le scuole, il commercio glielo lascio.

Non capisco perché questo tremare, correre, fare. Vorrei consigliare agli ebrei stranieri di non fare chiasso, perché se mi irritano io mi scateno e sono come un treno: una volta lanciato non si ferma più, e allora farò il rullo compressore, lancio la macchina e guai! Ho fatto un comunicato che qui noi abbiamo 80mila ostaggi, perciò non si muovano, non facciano un passo".

4.10.38: "Ebrei, razza spregevole"Mattina al mare. Parliamo della questione ebraica: "Tutti gli italiani in questi giorni hanno un loro ebreo da difendere. Capisco. Uscirà fuori uno scandalo così grosso, ma così grosso che farà allibire questi difensori di una razza spregevole. C'è coinvolto proprio un notissimo ebreo. Rimarranno tutti sorpresi. Vedranno di cosa sono capaci gli ebrei, queste vittime. Se credono che mi rimangi ciò che ho detto e mi ritiri indietro, è il momento che prendo lo slancio come una locomotiva e sfascio tutto ciò che trovo dinanzi a me".

11.10.38: "Distruggerei anche quattro milioni di italiani""Questi pietosi e vili italiani. Sto studiando da trent'anni perché una parte degli italiani sia così vile. Discendono dagli schiavi. Quanti schiavi avranno preso delle donne. In fondo sono passate soltanto cinquanta generazioni, mica tante poi. Ed ecco che questo sangue schiavo si ridesta. Ci sono almeno quattro milioni di schiavi italiani. Se avessero un segno in testa li distruggerei tutti, li sterminerei. Sono la zavorra e la vergogna della Nazione. Sono gli eterni piagnoni, quelli che non sopportano di mutare abitudini. Ora piangono per i poveri ebrei. Non si fa nessuno però la domanda: se ci fossero 44 milioni di ebrei e 500 mila cristiani, cosa ne farebbero di noi? [A] cosa ci ridurrebbero. Che ci chiamano goim, come i gentili. Già, gentili! Cosa ci farebbero. Questo i pietosi non se lo domandano. Vorrei vederli. Preferiscono farsi succhiare il sangue da questi senza patria che ci odiano.

Che ci maledicono e dicono: ‘Saluta il Duce, ma dentro maledicilo e ricordati che è un goim'. Ah! E osano lamentarsi che non potranno più fare il soldato. Dicono che è una diminuzione, un'umiliazione. Mentre si lamentano rialzano la cresta. Sono stato troppo buono. Ma vedranno, altro che Hitler. Che [sugli ebrei] ha fatto un discorso bellissimo che approvo".

"Gli ebrei non hanno dato oro per la patria""Gli ebrei finché erano forti erano strafottenti e ingrati, ora piangono. Noi non gli abbiamo fatto ciò che hanno fatto in tutti gli altri stati, in Ungheria, nell'ortodossa Romania. Li abbiamo trattati bene. Faremo le distinzioni e le discriminazioni come d'accordo. I meritevoli li metteremo da parte. Infatti le famiglie dei morti in guerra continuano a chiamarsi con il loro nome, benché uno di questi sia un autentico mascalzone. Tutti sono mascalzoni. Gli italiani non dovrebbero dimenticare che nell'epoca delle sanzioni li abbiamo avuti tutti contro. Così per l'Austria, e sempre. Contro. Autentici nemici, canaglie. Nessuno ha fatto questo gesto [dare l'oro alla patria]. Uno solo ha rimandato indietro la medaglia d'oro, ma non era mutilato. Li abbiamo trattati molto bene".






25.3.38: "Gli ebrei nei film mostrano le oppressioni dello zar per giustificare i bolscevichi""Ho dovuto proibire la programmazione del film "La contessa Alessandra" [con Marlene Dietrich]. Questi ebrei la sanno lunga, fanno vedere tutte le oppressioni dello zar, e naturalmente il popolo dice: ‘Ecco perché il bolscevismo, allora'".

2- TEDESCHI...27.10.37: "I tedeschi sono un bel popolo di fanatici"Mussolini racconta a Claretta il suo viaggio a Berlino: "I tedeschi sono un popolo difficile da tenere amico, ma temibile nemico. Sono leali, e poi hanno sentito la forza del regime [fascista], comprendono che se cade l'uno cade l'altro. Sono troppo uniti e si sono anche resi conto che l'Italia non scherza. È un bel popolo, sanno fare le cose in grande. Tuttora, figurati, parlano ancora di me, fanatici. Gli ufficiali [tedeschi] sono rimasti ammirati dalla mia forza calma, serena, del mio dominio tranquillo.

Gli studenti sono rimasti stupiti del mio discorso, entusiasti di ciò che ho detto e di come so parlare alle masse. Il popolo è fanatico, conquistato completamente. Loro mi conoscevano dalle fotografie, sì, come imperatore, ma credevano fossi duro, severo, impettito. Invece mi hanno veduto sorridente, affabile con tutti. Il popolo tedesco è conquistato. Ha sentito la mia forza. Che dice il pubblico dello spettacolo? Rimaneva impressionato? Pensa che in Germania ancora si dà il film del mio discorso, e si darà in tutte le scuole perché tutti lo vedano.




Al discorso c'era una folla che non se ne vedeva la fine. Una simile accoglienza non l'hanno mai fatta neanche ai re, agli imperatori, a nessuno. Sì, li ho conquistati, hanno sentito la forza. Anche il discorso di Goebbels si sentiva? Sì, ha una bella voce. Quei vessilli rossi dietro, quei raggi luminosi, le fiaccole... Passavamo come due dei sulle nubi: uno spettacolo superbo, indimenticabile. Nella bocca di un italiano perfino la lingua tedesca è diventata sopportabile e comprensibile. Ci voleva Mussolini per rendere simpatica la lingua tedesca".









15.12.37: "Per i tedeschi Cristo è ariano e razzista"È un popolo molto forte, già combattono la religione perché dicono che Cristo era ebreo. Loro non combattono il cattolicesimo, combattono il cristianesimo. Eh sì, c'è differenza. Io per esempio sono cattolico apostolico romano, non cristiano. Il cristianesimo non è adatto alle nostre idee e abitudini: è troppo ristretto, limitato, è un cerchio chiuso. Invece il cattolicesimo è una forma modificata e adatta agli spiriti di oggi.

I tedeschi dicono che Cristo era ebreo, combattono chiunque sia proveniente da quella razza. Stanno facendo studi e conferenze nelle scuole per dire che Cristo era ariano, perché era biondo, occhi azzurri, quindi diverso anche fisicamente. Fanno una questione di razza: dicono che gli uomini non sono tutti uguali, non sono fratelli, in quanto lo stesso Dio ha creato le razze. I nazisti hanno già tutta una loro forma di paganesimo, i riti del sangue, ecc. Certo, io cerco di attenuare, ti do perfettamente ragione. Ma se loro la pensano così... Credono in Dio, però".



 
 
 
 
 
 
 
 
Magda Goebbels









3- FRANCESI...13.3.38: "Francesi decadenti per colpa di sifilide, assenzio e stampa""Porci schifosi questi francesi, lurida gente, ora si mangiano il fegato dalla bile che io li ho mollati del tutto. Del resto pagano il fio della sterilità voluta delle loro donne. Il Paese morirà. Il francese è un buon soldato perché lo è stato sempre, è abituato alla guerra. Ma [i francesi] sono dei porci idioti. Devono la loro decadenza e il loro cretinismo a tre elementi: la sifilide, l'assenzio e la stampa [libera].

6.4.38: "In Francia premier ebreo e donne tutte puttane, pazze per i negri"."Un popolo che si rispetta non dovrebbe avere un capo di governo ebreo [Leon Blum]. Del resto fra qualche anno la Francia non sarà più popolata da bianchi, ma da negri. Perché la natura si vendica, è terribile ma è così. Per un secolo i francesi non hanno voluto figli, e ora che li farebbero non li possono più fare, non sono più buoni. Poi le donne francesi, a meno che non siano luride, sudice e sporche come quelle del popolo, le altre un po' più su sono tutte puttane in maniera inverosimile. Viziose e puttane. Sono loro che prendono l'uomo. Devi sapere che la donna francese ama il negro. Perché non hanno l'uccello ben solido e piantato come i nostri, ma sembra che sia lungo e sottile sottile. Questo pare che le diverta di più. Sì, sono folli degli uomini negri, tutte".








Claretta Petacci


 
 
 

17.7.38: "Porci francesi, li bastoneremo""È un popolo schifoso. Tutto ciò che dicono contro di noi è pestilenziale. Ci odiano a morte. Il francese è un paese di lazzaroni, un'accozzaglia di razze e di gentaglia, un rifugio di vigliacchi. Non rispettano che il popolo che li ha battuti in guerra. Rispettano l'Inghilterra perché li ha sconfitti. Temono e hanno un sacro terrore della Germania perché li ha bastonati.

E temono gli spagnoli perché gli stessi generali di Napoleone le presero da loro. Le disgrazie di Napoleone cominciarono proprio con la Spagna, perché i generali cominciarono a bisticciare fra loro. Questi porci di francesi ci temeranno quando noi li bastoneremo. Allora comprenderanno chi è l'italiano. Non ci sono che loro, di grandi, di artisti, di geni. Puah, sono esseri spregevoli".









Claretta Petacci




 
 
 
 
 
11.10.38: "Una valanga di 120 milioni di uomini li distruggerà in breve"Passa ai giornali francesi, altro scoppio d'ira: "Senti questi schifosi di francesi. E gli italiani li amano. Li preferiscono ai tedeschi. Trenta milioni di smidollati e vili. È un popolo che va distrutto. Bisogna che lo battiamo, abbasserà la cresta. Non c'è possibilità di accordo. Una valanga di 120 milioni di uomini [tedeschi più italiani] li distruggerà in breve".

4- INGLESI...15.12.37 "L'inglese è un popolo abbruttito, in decadenza. Egoisti, ubriaconi smidollati, la loro parte importante è il membro maschile. Se credono di avere qualcosa da quella gente, i tedeschi si illudono. Non daranno neanche un pezzetto di terra. Bisogna che la smettano di ritenersi cugini di quella gente".

24.12.37: "Gli inglesi sono un popolo porco". "Amore, sai chi sono io? La penna avvelenatrice dell'Europa. Questo dice il Times, il dolce Times. L'inglese è un popolo veramente porco. Pensa solo con il membro maschile e poi sono mediocri, detestano per principio l'uomo che esce dai ranghi, l'uomo che s'impone, l'eccezione. È quasi un istinto dei mediocri.
E' un popolo meschino. Non hanno mai avuto un uomo grande. Qualche ebreo parlamentare... è un popolo di commercianti. L'uomo più grande che hanno avuto è stato un italiano, Disraeli: il fondatore dell'impero britannico è stato italiano. Si dice sia stato anche l'amante della regina Vittoria.






Claretta Petacci





 
 
 
 
 
 
 
Il resto tutti ebrei e commercianti, piccoli uomini. Quando nel continente sorge l'uomo nuovo, loro si erigono contro per combatterlo. Hanno contro di me l'odio freddo e duro che avevano contro Napoleone. Vorrebbero poter fare a me tutto il male che fecero a lui. Mi detestano".

17.7.38: "Nessun inglese disoccupato va a lavorare nelle colonie. Pederasti""Gli inglesi sfruttano milioni di uomini nelle colonie, e non mandano che un ufficiale alto e biondo che si chiude nel bungalow. Lavorano gli indigeni. In Inghilterra ci sono due milioni di disoccupati, ma nessuno di loro pensa minimamente di andare nelle colonie. Vivono mantenuti dallo stato che gli dà venti lire al giorno, e vanno a prendere il sussidio. La Francia è piena di disoccupati inglesi che ci vanno per turismo.

Sì, questa sfruttatrice [l'Inghilterra] non fa che vivere alle spalle di 450 milioni di uomini che lavorano per 40 milioni di inglesi. Dei quali qualcuno è in colonia, e fa il peterasta [sic]. Ciò non stupisce, perché in Inghilterra questo è all'ordine del giorno. Anzi, c'è un'università, il college di ..., da dove è uscito anche Eden, che forma una classe a parte, dove parlano un altro inglese, e sono tutti peterasti. I giovani pagano il pedaggio ai grandi, è legge. E ci sono degli italiani che sarebbero lieti di vivere in questa ombra. Parassiti e sudici".





 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

IL RACCONTO DI UNA BIMBA POLACCA

"Avevamo un negozio di alimentari. Nella nostra famiglia c'erano due bambini: io e mio fratello, più grande di me di due anni. Quando la Germania ha aggredito la Polonia nel settembre 1939 avevo otto anni e frequentavo la seconda elementare. Io e mio fratello andammo a passare le vacanze dalla nonna a Prystvence, un villaggio vicino a Brzozòw nella provincia di Krosno. Cominciammo ad andare a scuola nel 1940, ma dopo un semestre fummo costretti a interrompere perché ai bambini ebrei era proibito andare a scuola. Eravamo molto depressi dalla lontananza dei genitori, scambiavamo lettere con la mamma, la quale dopo otto mesi venne a sapere come nostro padre si trovasse nella zona russa. Entrambi i nostri genitori riuscirono a raggiungerci. Ero molto contenta, si viveva tutti insieme fino al 1943. Ci buttarono fuori di casa. Per alcuni mesi abitavamo presso degli ebrei che prima non conoscevamo, poi una settimana dallo zio a Brzozòw. Un giorno fu emanato per tutti gli ebrei l'ordine di radunarsi la mattina seguente, alle sei allo stadio. Ci siamo nascosti e non siamo andati. Il cuore ci diceva che lì ci aspettava la morte. Ci nascondevamo presso dei contadini. Eravamo costretti a dividerci, io rimasi con la zia, e mio fratello con i genitori, perché nessun contadino riusciva a tenere un gruppo così grande. Mi venne nostalgia della mamma, e allora lasciai la zia e andai a cercare i miei genitori dove erano nascosti. Quel giorno fu condotta dai tedeschi una akcja (un'operazione lampo contro gli ebrei . Non trovai i miei genitori, perché si erano nascosti nei boschi, solo di notte tornarono dal contadino a dormire. Non fu possibile rimanere nello stesso posto, di nuovo ci dividemmo: il babbo si incamminò avanti, io andai dalla mia maestra al villaggio perché sapevo che mi voleva bene.La maestra mi tenne per la notte, mi mandò dal prete di Brzozòw, e mi consigliò di chiedere ospitalità come sua nipote. Camminavo lungo una strada con la speranza di salvarmi. La sera arrivai alla casa del prete e raccontai tutto, ascoltarono attentamente e sua sorella, Krjwonosowa, mi portò a casa sua. Dopo tutti quei pellegrinaggi mi sentii come in paradiso. Desideravo sapere qualcosa dei miei genitori: loro mandarono un uomo a Brzozòw, e così seppi che i tedeschi li avevano fucilati. Rimasi addolorata, mi tenevo il dolore dentro di me, la Gestapo veniva spesso in casa del prete, perché in quei giorni erano stati uccisi dei tedeschi nella foresta vicina. Nel frattempo era tornata a Brzozòw anche mia zia, arrivò a casa del prete su un carro, restò qui qualche settimana, poi la mandarono da sua madre, però mia zia non poteva rimanere molto tempo, e si arruolò come volontaria per il lavoro. Dalla Germania mi scriveva spesso. Così vissi senza cambiamenti fino all'arrivo dell'Armata rossa. Dopo la liberazione mi hanno mandata alle medie. Mio zio, che vive a Lione in Francia, voleva portarmi con sé. Io non posso lasciare la gente che si è occupata così amorevolmente di me rischiando la vita. Sto bene così. Non parlano mai male degli ebrei in mia presenza. I miei tutori non sono antisemiti. Amo la religione cristiana. Ora mi chiamo Sofia Kuzniak, non andrò dallo zio in Francia. Abito a Chmielnik e faccio la quarta media."

DAL DIARIO DI UN PICCOLO VAGABONDO


Nel marzo del 1943 passai di nascosto nel quartiere ariano, poiché si prevedevano nuove deportazioni. Infatti il 19 aprile i tedeschi effettuarono la deportazione finale degli ebrei. Alcuni giorni prima era scappato nel quartiere ariano anche mio fratello. L'ultima azione dei tedeschi fu molto sanguinosa, molti ebrei furono assassinati sul posto e molte case vennero incendiate insieme ai loro abitanti. Il nostro tutore e suo figlio furono deportati a Lublino. Il figlio riuscì a saltare dal treno a Otwock e, sebbene fosse colpito alla gamba, riuscì comunque a tornare a Varsavia e a trovarci. Ma questo amico rimase con noi non più di sei giorni, perché qualcuno fece la spia e la polizia circondò il nostro nascondiglio. Mio fratello ed il mio amico furono catturati e furono condotti al posto di polizia, dove furono poi consegnati ai tedeschi. Anch'io fui preso da un poliziotto ma gli scivolai dalle mani, riuscendo a scappare al ghetto non potevo più tornare perché tutti gli ebrei erano stati portati a morte a Lublino. Ero solo nel quartiere ariano. Un giorno passando per una piazza fui fermato da un Volksdeutsche, il quale gridò "Ebreo ti consegnerò ai tedeschi!", chiamando a voce alta la polizia, io lo morsi alla mano e scappai via. Così, quando mi ero ritrovato solo nel giardino e piangevo, dopo che avevano preso mio fratello e il mio amico, mi si avvicinò la signora D. , mi calmò e mi portò a casa sua. Mi diede la colazione e mi disse di andare da lei spesso. Due giorni dopo che era stato preso mio fratello incontrai un ragazzo ebreo, Chaim Bustin, di dodici anni, quasi della mia età, era come me, solo e abbandonato. Potemmo comprare un monopattino e tutto il giorno giravamo grazie alla gentilezza delle persone in via Rokowietzka. Per nostra disgrazia un signore denunciò alla polizia che degli ebrei andavano in monopattino e disturbavano la sua quiete. Venne la polizia e ci rubò il monopattino e noi con lui, ma riuscimmo a scappare e abbiamo preso il monopattino, questo si ripeté per tre volte, ma l'ultima volta non siamo riusciti a prendere il monopattino. Una notte due poliziotti mi trovarono e io grazie al buio riuscii a salvarmi la vita un'altra volta. Dopo essermi salvato da altri episodi continuavo a fare la vita da vagabondo. Andavo spesso a trovare una signora in via Molczewski, dove davano spesso a me e al mio amico, da vestire e da mangiare. Passammo alcuni giorni in via Pilitzka dalla nostra conoscente, la signora M. , la quale ci aveva promesso di farci avere una camera dopo una settimana. Soffrimmo ancora sette giorni ma alla fine venne il momento felice, quando fummo sistemati in una camera calda e pulita.

LE FOTOGRAFIE

Ebrei in attesa di essere deportati nei campi di
concentramento.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ebrei in attesa di essere deportati nei campi di
concentramento.













Andrea e Tatiana Bucci con il loro cugino Sergio
De Simone, 1943.












Birkenau: magazzini pieni di scarpe e vestiti,
fotografati dopo la liberazione.











Birkenau, 1943: il Krematorium IV completato.

A destra il locale dei forni con i due camini; a sinistra, la parte bassa contiene tre camere a gas.

 
 
 
 
 
 
 
 
Una donna con un gruppo di bambini in una foto realizzata dalle SS nel maggio-giugno '44.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fotografia realizzata clandestinamente presso il Krematorium V, agosto 1944, da un membro non identificato del Sonderkommando di Auschwitz e fatta uscire di nascosto dal campo grazie alla fuga
di un membro della resistenza polacca.














Solahütte, 1944: donne ausiliarie delle SS
(SS-Helferinnen) con Karl Höcker.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Primo settembre '42: un bambino selezionato per la deportazione verso la morte a Chelmno saluta la sua famiglia.



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Mauthausen, 10 luglio '41. Seimila prigionieri nudi
aspettano la  disinfestazione  assembrati nel cortile
dei garage delle SS.




 
Birkenau, 1944: la sala operatoria di Mengele.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Birkenau, inverno 1943-44: l’ultimo settore
edificato del campo, il BIII, detto “Mexiko”
mai completato, visto dalla Lagerstraße B.











Numero di matricola tatuato sul braccio di Shlomo Venezia.















Parigi, Vélodrome d’Hiver, 16-17 luglio 1942: ebrei rastrellati nella più grande razzia avvenuta sul territorio francese. I quasi 13.000 ebrei, fra cui 4.000 bambini, arrestati grazie all’aiuto della polizia francese, vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau nelle settimane successive.

‎200.000 ebrei salvi grazie a Pio XII

«Papa Pio, etichettato come “Papa di Hitler” a causa del suo silenzio durante l’Olocausto, avrebbe organizzato l’esodo di circa 200.000 ebrei provenienti dalla Germania appena tre settimane dopo la Kristallnacht, quando migliaia di ebrei furono arrestati e inviati nei campi di concentramento»: è ...questo l’incipit di un servizio del Daily Telegraph di martedì 6 luglio nel quale si dà conto di una ricerva condotta negli archivi vaticani dallo storico tedesco Michael Hesemann per conto della “Pave The Way Foundation”, gruppo interconfessionale con base statunitense. Il presidente della “Pave the Way Foundation”, Elliot Hershberg, ha dichiarato: «Crediamo che molti ebrei che sono riusciti a lasciare l’Europa non possano avere avuto alcuna idea che i loro visti e i documenti di viaggio siano stati ottenuti attraverso questi sforzi del Vaticano». La sua conclusione: «Tutto ciò che abbiamo trovato finora sembra indicare che l’immagine negativa di papa Pio XII sia errata». Anche il quotidiano israeliano Haaretz, nell’edizione del 7 luglio, riconosce che «la nuova ricerca mostra che la percezione di Pio XII come “Papa di Hitler” può essere storicamente errata».Si collega a questi riconoscimenti un articolo odierno dell’Osservatore Romano, che inizia citando anch’esso il presidente della “Pave the Way Foundation” Hershberg: «Chi esamina la grandissima quantità di documenti, testimonianze, evidenze provate e dimostrabili, deve necessariamente concludere che Papa Pio XII fu un affettuoso, solidale amico del popolo ebreo». «Da ebreo – continua Hershberg – conosco bene l’antisemitismo, e non c’è traccia di pregiudizio antiebraico nella vita di Eugenio Pacelli». Si rimarca quindi il ruolo della disinformazione innescata da Rolf Hochhut con la sua opera “Il Vicario” nell’accreditare un’immagine totalmente falsata di Pio XII e del suo atteggiamento nei confronti del nazismo, nell’assoluta noncuranza delle tante testimonianze che dimostrano viceversa l’affettuosa vicinanza di Papa Pacelli al mondo ebraico.

giovedì 10 marzo 2011

Pio XII, Roncalli e i bambini ebrei. I fatti e i pregiudizi

Nel dibattito aperto dal Corriere della Sera sulla vicenda dei bambini ebrei ospitati nei conventi e nelle famiglie cattoliche e richiesti dalle organizzazioni ebraiche alla fine della guerra, si sono registrati attacchi contro papa Pacelli e il suo successore, Giovanni XXIII. Ma sono anche emersi documenti finora inediti che possono permettere una ricostruzione obiettiva del “caso”.


La querelle storico-giornalistica esplosa intorno alle istruzioni vaticane su come rispondere a organizzazioni e autorità religiose ebraiche che, dopo la fine della guerra, chiedevano la restituzione dei bimbi ebrei affidati a istituzioni cattoliche durante la persecuzione nazista, rappresenta sotto diversi aspetti un caso strano. Eppure, chi a mente fredda ripercorre l’intero corpus di articoli e interventi scritti intorno al caso, può rintracciare a uno a uno frammenti documentari che aiutano a ricostruire almeno parzialmente la trama di una vicenda storica complessa. Tasselli di un mosaico non ancora completato, nascosti dalla cortina fumogena fatta di linee editoriali enigmatiche, guerre fra consorterie accademico-culturali, rancori ideologici verso le due figure di Pio XII e Giovanni XXIII. Elementi sparsi che è utile rintracciare e mettere insieme, se si vuole tentare un giudizio obiettivo sull’intera vicenda.

Pio XII


L’articolo del Corriere. Il 28 dicembre, in un articolo lanciato in prima pagina con un titolo e un occhiello fuorvianti (Pio XII ordinò: non restituite i bimbi ebrei. Il futuro papa Roncalli disobbedì) Alberto Melloni, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, anticipa sul Corriere della Sera un documento inedito, datato 23 ottobre 1946, tratto dall’apparato critico del secondo tomo del volume Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948, che sarà pubblicato alla fine del 2005 a cura dello storico francese Etienne Fouilloux e per conto dell’Istituto di Scienze religiose di Bologna. Secondo Melloni, il documento rivela che nel ’46 ad Angelo Roncalli, allora nunzio a Parigi, arrivarono «istruzioni elaborate dal Sant’Uffizio e approvate da Pio XII» riguardanti i casi di bambini ebrei salvatisi nelle case e nei conventi cattolici, dei quali in quegli anni personalità e organizzazioni del mondo ebraico chiedevano con insistenza la restituzione e il ricongiungimento con la comunità religiosa d’origine. Il documento, tradotto in italiano dall’originale francese, viene pubblicato in un box, con l’avvertenza che l’inedito è tratto dal Centro nazionale degli archivi della Chiesa di Francia. Nell’articolo, le istruzioni contenute nel documento e presentate come «ordini agghiaccianti» dati al nunzio Roncalli vengono così sintetizzate: «Non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che la Chiesa valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere dati solo a istituzioni che ne garantiscano l’educazione cristiana; i bambini che “non hanno più genitori” non vanno restituiti e i genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati». Nel dibattito che si innesca a partire da quell’articolo, mentre le polemiche divampano in ogni direzione (attacchi alle figure di Pio XII e di Giovanni XXIII, dissertazioni storiche sui casi dei battesimi forzati, meschine vendette personali tra studiosi e giornalisti), vengono alla luce anche altri interessanti documenti inediti. Questi apporti progressivi consentono di inquadrare il testo pubblicato sul Corriere come un segmento conclusivo di una ben più lunga e organica sequenza documentaria. Che a sua volta riguarda solo il filone francese di una vicenda più generale che coinvolge l’insieme dei rapporti tra Santa Sede, Chiesa cattolica e mondo ebraico negli anni successivi alla Shoah e nell’imminenza della nascita dello Stato d’Israele, quando personalità, istituzioni e agenzie ebraiche erano impegnate in tutta Europa a ricercare bambini ebrei, soprattutto orfani, sopravvissuti allo sterminio, con l’intento di trasferirli nella terra d’Israele. Una vicenda che può essere ripercorsa allineando i documenti pubblicati in senso inverso al loro ordine cronologico di pubblicazione.




















Angelo Roncalli, nunzio apostolico a Parigi.

















Profughi ebrei a bordo di una nave in partenza da Marsiglia per Israele nel settembre del 1949

Dai documenti ai fatti Tutto inizia con la lettera che il rabbino capo di Palestina Isaac Herzog inoltra a papa Pio XII il 12 marzo del ’46. Nella missiva, pubblicata integralmente e commentata da Andrea Tornielli su il Giornale lo scorso 19 gennaio, il rabbino ripropone in forma scritta la petizione già sottoposta al Papa durante una precedente udienza. Dopo aver usato espressioni di riconoscenza verso papa Pacelli, Herzog espone le sue richieste sui bambini ebrei che avevano trovato rifugio in istituzioni e famiglie cattoliche, rimasti orfani a causa della Shoah: «Sono venuto a Roma» scrive tra l’altro Herzog «per chiedere il Suo sostegno affinché tutti questi bambini vengano restituiti alla loro gente». Il rabbino avverte che «in tutti i Paesi interessati sono già disponibili delle apposite organizzazioni ebraiche, che dispongono dei mezzi per prendere in carico i bambini». Cita in particolare il caso della Polonia, dove «si ritiene che almeno tremila bambini si trovino ancora in conventi cattolici e nelle case private di famiglie cattoliche». Della questione viene investito il Sant’Uffizio, che già il 27 marzo ’46 elabora un documento ad hoc, sottoposto all’approvazione del Papa il giorno dopo. A riferire del documento, pur senza fornirne il testo, che giace ancora inedito negli archivi vaticani, è Matteo Luigi Napolitano, professore di Storia dei rapporti tra Chiesa e Stato all’Università di Urbino e informato direttore del sito www.vaticanfiles.net, nella sua puntigliosa ricostruzione apparsa su Avvenire del 18 gennaio. Nello stesso intervento, Napolitano cita ampiamente un dispaccio inviato dal nunzio a Parigi Roncalli alla Segreteria di Stato alla fine dell’agosto ’46, che appare essenziale per cogliere i contorni e gli sviluppi che la delicata questione sta registrando negli stessi mesi in terra francese. In tale missiva, il nunzio riferiva di aver ricevuto anche lui sollecitazioni dal rabbino capo di Francia Isaiah Schwartz affinché la Santa Sede favorisse la restituzione dei bimbi ebrei ospitati in famiglie e conventi cattolici richiesti dalle istituzioni ebraiche. Roncalli riporta anche le indicazioni raccolte in merito dal cardinal Suhard, arcivescovo di Parigi, e allega le lettere ricevute a riguardo da Emile-Maurice Guerry, coadiutore dell’arcivescovo di Cambrai, e il cardinale Pierre Gerlier, arcivescovo di Lione e presidente dei vescovi francesi. I pareri e le richieste formulati in merito al caso dai prelati francesi li ha esposti, sulla base di documenti inediti custoditi negli archivi della Segreteria di Stato, il gesuita Giovanni Sale nella preziosa ricostruzione di tutta la vicenda pubblicata sul quaderno 3711 della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti le cui bozze vengono corrette in Vaticano. Tutti i prelati francesi si mostravano propensi a esaudire le richieste di parte ebraica, prospettando in caso contrario la possibilità di reazioni violente. Gerlier faceva notare che «la riconoscenza che ci è stata spesso testimoniata per l’aiuto recato a questi poveri piccoli si ritorcerebbe verosimilmente in risentimento, che potrebbe alimentare deplorevoli polemiche». Faceva anche presente al nunzio che i vescovi francesi avevano ordinato di non battezzare i bambini ebrei rifugiati nei conventi. Ma per eccesso di zelo alcune suore avevano disobbedito agli ordini, battezzando i piccoli ospiti e creando così «un problema teologico molto arduo». Era appunto su questi casi controversi che i vescovi francesi chiedevano l’avviso del Vaticano. Guerry, dal canto suo, riteneva opportuno seguire «la regola generale di restituire i bambini di origine ebraica alle comunità ebree». E riguardo ai bimbi ebrei battezzati, malgrado i saggi divieti della gerarchia, suggeriva di chiedere al Papa che essi fossero «dispensati dalla legge ecclesiastica». Cioè dalle norme canoniche che rispondevano «alla convinzione, molto radicata nella Chiesa, che le realtà spirituali sono le più importanti, perché attinenti alla vita eterna, e quindi devono essere sempre tutelate e difese, perciò a un bambino che ha ricevuto il battesimo deve essere assicurata un’educazione cristiana. Ciò che può avvenire solo se le persone che ne hanno cura sono cristiane» (G. Sale). A tal proposito, Guerry richiamava come precedente il caso di una ragazza israelita convertitasi al cattolicesimo, a cui su ordine di Pio XII era stato concesso di ricongiungersi alla famiglia di origine, che si era opposta alla conversione. Di fronte alle sollecitazioni dei vescovi francesi, «e senza entrare nel merito della questione sollevata (anche se pareva condividere l’opinione di Guerry e di Gerlier), il nunzio Roncalli a sua volta chiese al Vaticano precise istruzioni» (Napolitano). La sua lettera con gli allegati giunse in Vaticano il 5 settembre ’46. Le richieste partite dalla nunziatura di Parigi alla volta della Segreteria di Stato innescano in Vaticano le consuete procedure e richieste di giudizi con relativi passaggi di documentazione tra un dicastero e l’altro. Secondo la citata ricostruzione di Napolitano, a metà settembre del ’46 dal Sant’Uffizio viene spedito alla Segreteria di Stato «un appunto con le norme di condotta del caso», che riproponeva i contenuti del pronunciamento elaborato già il 27 marzo davanti alle richieste fatte al Papa dal rabbino Herzog. Sulla base di tale appunto viene preparato dalla Segreteria di Stato un dispaccio, che il “ministro degli Esteri” vaticano Domenico Tardini invia a Parigi, al nunzio Roncalli, il 28 settembre ’46. Questo dispaccio, scritto in italiano e riportato in una nota nell’articolo della Civiltà Cattolica, è il documento effettivamente partito da Roma. In esso vengono da Tardini «trascritte a parola» le istruzioni già disposte dal Sant’Uffizio in merito alla questione, affinché il nunzio di Parigi le renda note ai vescovi francesi. Di tale “dispaccio Tardini” la nunziatura di Parigi prepara un estratto (pubblicato da Tornielli su Il Giornale lo scorso 11 febbraio) in cui si riporta alla lettera tutto l’apparato di istruzioni pervenute dal Sant’Uffizio. Mentre alla resa dei conti il dattiloscritto di venti righe in lingua francese pubblicato da Melloni si rivela essere una ulteriore riproduzione non letterale di tali indicazioni vaticane, una nota preparata anch’essa dalla nunziatura, ad uso dei vescovi francesi. Il dispaccio vaticano rappresenta dunque la “matrice” della nota in francese curata in nunziatura. Tant’è che nel Centro nazionale degli archivi della Chiesa di Francia, indicato da Tornielli come fonte di provenienza anche per l’estratto del “dispaccio Tardini” da lui pubblicato, i due documenti sono raccolti in un unico fascicolo, alla posizione 7 CE dell’archivio della segreteria dell’episcopato francese, insieme a un terzo foglio con la minuta dell’estratto. Su ambedue i documenti (l’estratto del dispaccio inviato da Roma e l’ulteriore nota curata dalla nunziatura) compare la medesima annotazione scritta a mano in francese: «Document communiqué le 30/4/47 a S. Em. le C.al Gerlier». Indizio che forse i due documenti congiunti vennero materialmente consegnati al presidente dei vescovi francesi, solo parecchi mesi dopo l’ arrivo delle istruzioni da Roma.















Il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, e il cardinale Gerlier, arcivescovo di Lione, con il generale Petain (il primo a sinistra)

Un punto aperto Il confronto tra i due testi (l’estratto del dispaccio della Segreteria di Stato e la nota stesa dalla nunziatura, riprodotti in forma sinottica a p. 51) conferma che ambedue si offrono come indicazioni per le risposte da fornire davanti alle richieste provenienti da personalità religiose o istituzioni ebraiche. Questo, e non la risposta a eventuali richieste provenienti dalle famiglie dei bambini ebrei, è l’oggetto proprio di entrambi. La nota richiama in apertura le «institutions juives» che richiedono la restituzione dei bimbi ebrei accuditi in famiglie e istituzioni cattoliche durante l’occupazione nazista. L’estratto del dispaccio inviato dal Vaticano cita addirittura la «richiesta del gran rabbino di Gerusalemme», a cui «gli eminentissimi padri» del Sant’Uffizio avevano risposto già nella citata seduta del 27 marzo. Proprio i criteri generali stabiliti in quell’occasione dal Sant’Uffizio vengono riproposti sia nel dispaccio vaticano che nella nota preparata dalla nunziatura, come istruzioni a cui i vescovi francesi si sarebbero dovuti attenere nel rispondere alle richieste di parte ebraica. I testi dei due documenti riproducono con formule e parole diverse le stesse indicazioni. Si suggerisce di non rispondere per iscritto alle richieste di provenienza ebraica per evitare che le risposte potessero essere strumentalizzate. Nelle eventuali risposte, occorre tener fermo che la Chiesa si riserva di valutare le richieste caso per caso. Che i bambini che fossero stati eventualmente battezzati non potrebbero essere affidati «a istituzioni che non possano garantire l’educazione cristiana di essi» e che anche i non battezzati, che fossero stati affidati alla Chiesa e che non avessero più parenti, non potrebbero essere consegnati a chi – persone o istituzioni – non vantasse alcun diritto su di loro. Solo negli incisi sull’atteggiamento da tenere davanti a eventuali richieste provenienti da familiari dei bambini si registra tra i due documenti uno scarto che lascia aperta la strada a varie ipotesi interpretative. La nota curata dalla nunziatura, al punto cinque, chiarisce che i bambini richiesti dai parenti vanno loro restituiti, «ammesso che non abbiano ricevuto il battesimo». Il dispaccio inviato dal Vaticano, riprodotto in estratto dalla stessa nunziatura, dopo aver escluso la restituzione dei bambini a istituzioni che non ne hanno il diritto, chiude la serie di istruzioni con una formula generica («altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti»), formula che, se pure rimanda alla “diversità” con cui andrebbero trattate le richieste provenienti dalle famiglie rispetto a quelle provenienti dalle istituzioni, evita comunque di entrare nel merito e non offre istruzioni positive al riguardo. Nel corso della polemica giornalistica, proprio sulla base di questo scarto tra i due documenti, la nota preparata dalla nunziatura è stata definita come una «sintesi alquanto imperfetta» (Napolitano) delle istruzioni provenienti dal Sant’Uffizio. In effetti, la nota di nunziatura afferma la possibilità di restituire alle famiglie solo i bambini non battezzati, con una formulazione indiretta che sembra escludere la possibile restituzione ai parenti dei bimbi eventualmente battezzati. Nel contempo, neanche lo stesso dispaccio-Tardini contiene in positivo la chiara indicazione di restituire i bambini ai parenti che li richiedono, quand’anche essi fossero stati nel frattempo battezzati. Secondo padre Sale, su questo punto le istruzioni vaticane e la nota della nunziatura avrebbero mantenuto un margine intenzionale di vaghezza. Una sorta di studiata reticenza che, evitando di entrare in contraddizione palese con norme e dottrine canoniche sui doveri che vincolano la Chiesa nei riguardi dei battezzati, aprisse la strada a soluzioni concrete che tenevano conto della situazione anomala in cui quei battesimi erano stati amministrati. Un’ambiguità con cui si intendeva in qualche modo «lasciare ai vescovi, in tale controversa materia, una certa libertà di scelta» (G. Sale). Sta di fatto che proprio sui casi dei bambini ebrei battezzati i vescovi francesi avevano chiesto istruzioni precise. Dettagli utili a chiarire questo punto delicato potrebbero forse venire dal confronto con il pronunciamento formulato in merito alla questione dal Sant’Uffizio già nel marzo ’46, e non ancora pubblicato.



















Il testo originale della nota del 23 ottobre 1946 curata dalla nunziatura di Parigi e l’estratto del dispaccio con le istruzioni della Segreteria di Stato inviato alla nunziatura di Parigi il 28 settembre 1946 da monsignor Domenico Tardini (nella foto)

I fatti e i pregiudizi Come ha riconosciuto il cardinale Camillo Ruini, la pubblicazione corale di documenti d’archivio ha permesso di dare «risposte precise e adeguate» alle «polemiche non nuove, lontane dalla verità storica e inutilmente faziose» che fin da principio si sono accavallate al dibattito storiografico. Il picco della faziosità lo si è raggiunto presto, con l’articolo del polemista Daniel Goldhagen pubblicato sul Corriere della Sera già il 4 gennaio, dove Pio XII veniva denigrato come rapitore di bambini ebrei e capo «di una Chiesa che diffuse un feroce antisemitismo proprio mentre gli ebrei venivano sterminati». Quando poi è emerso che il documento inizialmente pubblicato sul Corriere era una nota redatta dalla nunziatura di Parigi, per una grottesca par condicio dell’ingiuria, accuse più o meno striscianti di antisemitismo sono state rivolte contro il suo titolare, il futuro Papa buono. «Il documento “agghiacciante” lo ha scritto Roncalli» tagliava corto il titolo di un articolo del Giornale lo scorso 5 gennaio. Mentre lo stesso giorno sul Corriere della Sera si facevano insinuazioni sulle presunte simpatie per la Germania hitleriana coltivate dall’allora diplomatico vaticano. Nonostante gli sforzi congiunti dei detrattori, le due figure individuali di Pacelli e Roncalli escono forse ancora più apprezzabili, colte nel chiaroscuro delle vicende storiche concrete riportate alla luce dalle recenti indagini storiche e giornalistiche. Come l’episodio romano riguardante una donna ebrea che nel ’44 aveva chiesto il battesimo per sé e per i suoi due figli, nel convento di suore francescane missionarie alla Balduina dove erano ospitati. Alla fine della guerra, la donna abbandona il convento delle francescane lasciando lì i suoi due figli. Si ripresenta alla porta dell’istituto nel novembre ’47, accompagnata da rappresentanti di un’organizzazione ebraica, e chiede di riavere i bambini, dicendo di essersi pentita e di volerli ricondurre alla comunità d’origine. Nel giro di quarantotto ore il caso viene sottoposto direttamente a Pio XII, che ordina l’immediata restituzione dei figli alla madre. Un episodio fondamentale per cogliere la sensibilità individuale di papa Pacelli. Che quando viene coinvolto personalmente in un caso concreto così delicato, pur conoscendo le norme canoniche sui diritti che la Chiesa acquisisce su ogni fedele in virtù del battesimo validamente amministrato, non si rifugia dietro a un richiamo meccanico alle norme ecclesiastiche, a cui pure rimane fedele, ma risolve la vicenda adoperando quel buon senso che in lui è semplice riflesso del sensus fidei. Lo stesso buon senso, lo stesso realismo flessibile davanti alle circostanze controverse della vita che testimoniano di solito in quei primi anni del dopoguerra vescovi, sacerdoti, suore, singoli fedeli in tutta Europa, dove la stragrande maggioranza dei casi controversi si risolve senza lasciare strascichi. Anche il nunzio Roncalli, in questo contesto, non fa eccezione. In quegli anni il prelato bergamasco affronta le scottanti questioni che bussavano alla sua porta «con studiata lentezza» (Melloni). Prende tempo davanti alle pressioni politiche che chiedono l’epurazione dei vescovi francesi accusati di collaborazionismo col regime di Vichy. Tende a non radicalizzare i contrasti, ad aspettare che le questioni controverse, col tempo, si stemperino per quanto possibile da sole. Con la stessa saggezza sdrammatizzante sembra muoversi rispetto ai casi spinosi dei bambini ebrei. Raccoglie le indicazioni dei vescovi francesi e mostra di condividere la loro prudenziale propensione a non respingere le richieste di parte ebraica. Trasmette loro da semplice mediatore le istruzioni provenienti dal Vaticano, senza manifestare pubblicamente alcun segnale di insofferenza o di distacco critico. Anche nei suoi diari ancora inediti, stando alle anticipazioni riportate sul Giornale del 23 gennaio da Andrea Tornielli, non fa alcun riferimento al problema della restituzione dei bimbi ebrei tenuti nei conventi. L’unico accenno compare il 20 febbraio ’53, quando si reca in visita di congedo dal presidente francese Vincent Auriol, che gli parla dell’affaire Finaly. Il caso contrastato più famoso, che vide al centro i due figli di una coppia trucidata nel lager, che erano stati affidati dai genitori alla direttrice di un asilo cattolico di Grenoble. Dopo la guerra, quando gli zii ne avevano chiesto la restituzione, la donna aveva opposto resistenza, e li aveva fatti fuggire dopo che erano stati battezzati nella Spagna franchista. Lo stesso cardinale Giuseppe Pizzardo, segretario del Sant’Uffizio, con una lettera del 23 gennaio ’53 era intervenuto sulla vicenda consigliando di resistere alle richieste dei familiari, in quanto «la Chiesa ha il dovere imprescrittibile di difendere la libera scelta di questi bambini che per il battesimo le appartengono». Alla fine, la vicenda si sarebbe conclusa grazie alla mediazione tra il cardinale Gerlier e il rabbino capo di Parigi Jacob Kaplan, con il trasferimento dei fratelli Finaly in Israele. Di questo caso di scottante attualità il presidente vorrebbe parlare con il nunzio, nel loro incontro di congedo. Ma Roncalli glissa («Mi parlò dell’affare Finaly, a cui mostrai di non dare importanza…»). Sa bene che per un caso Finaly finito in rissa, anche in Francia ce ne sono tanti altri, la gran maggioranza, che nel frattempo hanno trovato in qualche modo soluzione. Dopo l’uragano della guerra, e davanti al magma rovente e incontrollabile dei sentimenti, dei dolori, degli affetti feriti, delle esasperate rivendicazioni identitarie che segnano il dopoguerra, Pacelli e Roncalli, ognuno con la propria indole e la propria storia, con le proprie flessibilità e i propri limiti, appaiono come testimoni e interpreti concordi di un modus agendi ecclesiale, di una sensibilità – la stessa espressa in quegli stessi anni in Segreteria di Stato da Tardini e da Montini – che meritano indubbiamente di essere indagati con libertà dagli storici. Di certo già allora, ben prima del Concilio ecumenico Vaticano II, mostravano di non coltivare alcun rimpianto per i tempi delle conversioni coatte e dei battesimi amministrati a forza.

domenica 6 marzo 2011

Per non dimenticare


Germania 1935. Il cartello dice: "gli ebrei non sono benvenuti quì a Behringersdorf". Mancano ancora 4 anni allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La "soluzione finale" per la questione ebraica fu poi discussa dai nazisti il 20 gennaio 1942 nella Conferenza di Wannsee.


Deportazione di ebrei dal ghetto di Kovno verso Auschwitz (26 ottobre 1943. Photo by George Kadish).



In questa foto alcuni nazisti creano un cordone davanti l'ingresso dell'Università di Vienna con lo scopo di "proteggerla" dagli ebrei (1933, Austria occupata). I temi riguardanti la "contaminazione culturale" sono tristemente tornati di attualità anche ai giorni nostri.



Residenti del ghetto di Lodz che attraversano la strada sotto la supervisione di un soldato tedesco coadiuvato da un civile. Il cartello indica il divieto di ingresso nell'area. Questa foto è stata pubblicata nel 1940 come cartolina (National Archives, courtesy of USHMM Photo Archives).



Foto scattata al Campo di Concentramento di Nordhausen dove si stima siano state uccise 20.000 persone (12 aprile 1945).



Ammasso di corpi nel Campo di Concentramento di Nordhausen (12 aprile 1945).



Nazisti e civili guardano gli Ebrei mentre, in ginocchio, sono costretti a lucidare il pavimento stradale. Siamo nel 1933 nell'Austria occupata.


Donne ai lavori forzati nel Campo di Ravensbruck (1943).
 
 

Ebrei rastrellati e raggruppati prima di una uccisione di massa eseguita a Zhytomyr in Ucraina (7 agosto 1942).


Ebrei polacchi a Majdanek. La foto scattata riprende la marcia alla quale i prigionieri sono stati costretti pochi istanti prima della loro uccisione avvenuta il 3 novembre 1943.



Questa serie di foto testimonia le azioni delle quattro "Einsatzgruppen". Queste unità naziste speciali, composte ognuna da circa 500-1000 uomini, avevano il compito di seguire l'esercito tedesco e rastrellare le zone appena conquistate.





Gli ebrei individuati venivano raggruppati fuori le periferie cittadine, molto spesso vicino le trincee anticarro. A volte veniva imposto loro di scavare le fosse comuni.


I prigioneri erano costretti a denudarsi per poi essere uccisi a ridosso delle fosse. L'ultima delle foto testimonia l'epilogo di una delle azioni durata tre giorni eseguita nella foresta di Babi Yar, nei dintorni di Kiev. In quel massacro fu ucciso un impressionante ma imprecisato numero di persone. Alcune stime parlano di 33.000-52.000 individui. In ogni caso questo avvenimento è considerato l'eccidio con il più alto numero di vittime per singola operazione. Nelle foto sono distinguibili uomini, donne..... ma anche bambini. Alcuni osservano i corpi delle persone uccise al turno precedente. Sono già coscenti di essere ad alcuni istanti dal morire.


Questa foto è stata scattata nel giugno del 1941 a Knovo durante l'uccisione di un guppo di ebrei da parte dei nazionalisti lituani sotto la supervisione delle SS.


Questa foto testimonia gli ultimi istanti in vita di due fratelli ungheresi nel Campo di Birkenau. Sono nel gruppo che sta per essere scortato verso le camere a gas. Esistevano camere fisse e mobili, simili alle normali docce, nelle quali veniva inoculato monossido di carbonio oppure lo Zyklon B (acido cianidrico). Forti convulsioni precedevano la morte che sopravveniva, nel 100% dei casi per asfissia, dopo circa 15 minuti di esposizione al gas.



Questa foto è stata scattata a Birkenau. La selezione che avveniva subito dopo l'arrivo dei prigionieri prevedeva la creazione di gruppi di donne e bambini destinati alla immediata uccisione nelle camere a gas.