La cassaforte nella stanza di Hitler nel Führerbunker, il rifugio sotterraneo a Berlino dove Adolf Hitler si suicidò il 30 aprile 1945. Fu aperta in modo non professionale, probabilmente dalle truppe sovietiche, utilizzando una fiamma ossidrica.
venerdì 3 febbraio 2012
L'amica di Kafka
Milena Jesenska
Fin da quando era una ragazzina, tutta Praga parlava di lei e si raccontavano storie folli: che sperperasse denaro a fiumi, che avesse attraversato a nuoto la Moldava per arrivare in tempo ad un appuntamento, che fosse stata arrestata alle quattro di mattino per aver raccolto magnolie "pubbliche". Vestiva abiti impalpabili e fluttuanti alla Isadora Duncan, preferibilmente nei toni dell'azzurro o del verde acqua, i capelli ondulati, sciolti, spesso intrecciati con dei fiori. Milena, figlia unica dell'eminente professor Jesensky, chirurgo di fama, mal sopportava i lacci di una vita borghese. Frequentava l'esclusivo Minerva, uno dei primi licei femminili in Europa. Era quello che si diceva una ragazza emancipata, una personalità molto forte, tanto da essere presa a modello da molte sue compagne. La madre morirà quando Milena ha 17 anni ed il rapporto con il padre, da sempre difficile, peggiorerà di giorno in giorno.
Sarà una donna generosa, sino all'eccesso; in amore e in amicizia, valori che anteponeva a tutto. Ma, soprattutto, una donna coraggiosa che si costringerà a trasformare il suo forte individualismo dei giorni migliori in responsabilità sociale e politica. Nel 1938 quando la sua Boemia verrà soggiogata, inciterà alla resistenza contro i nazisti, aiutando a fuggire all'estero ebrei e compatrioti cechi. Di lì a poco verrà arrestata dalla Gestapo e morirà, a 47 anni, nel campo di concentramento di Ravensbrück nel maggio del 1944 poche settimane prima dello sbarco in Normandia.
Alla morte di Kafka, avvenuta nel 1924, aveva scritto:
"L'altro ieri è morto nel sanatorio di Kierling a Klosterneuburg vicino Vienna, il dottor Franz Kafka, uno scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga. Qui lo conoscevano in pochi, poiché era un eremita, un uomo sapiente spaventato dalla vita. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per poter combattere. Vedeva il mondo con una tale chiarezza e precisione da non poterlo sopportare, da doverne morire, egli infatti, non si è concesso scappatoie, non si è salvato come tanti altri rifugiandosi in qualche equivoco intellettuale per nobile che fosse. Era un uomo e un artista dotato di una coscienza così scrupolosa che rimaneva vigile anche là dove gli altri, i sordi si sentivano al sicuro".
Mauthausen la "musica" di noi maiali

Dal libro-testimonianza di Gianfranco Maris: una scodella di zuppa ogni due deportati, ricordo come fosse ora il rumore di quelle sorsate
Gianfranco Maris, noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.
E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.
Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.
Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.
Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?
Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Così non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di "Mützen ab! Mützen auf!". Poi la broda in una sola gamella per due persone e la "musica" del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.
E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.
Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.
Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la "sapienza" nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.
All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.
Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.
Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.
I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.
Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.
In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.
STORIE DI COME SONO STATI SALVATI I BAMBINI DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BUCHENWALD
Nell’incrocio di nuovi documenti usciti dal grande archivio nazista di Brad Arolsen , in Germania, che un anno fa ha aperto ai ricercatori i suoi 26 Km di uffici e sotterranei in cui custodisce le carte del Terzo Reich, è emersa la risposta.
I bambini superstiti di Buchewald erano esattamente 904 . Nel sotterraneo si scoprono i nomi dei detenuti. Alcuni sono diventati famosi come il 15enne Elie Wiesel , immortalato assieme agli altri nella celebre immagine scattata dal fotografo americano Henry Miller quando gli Alleati irruppero nel Lager , che sarà Premio e scrittore Nobel. O come Meir Lau , 7 anni, futuro rabbino di Tel Aviv.
Gli americani trovarono i ragazzini soprattutto in due blocchi , il numero 6 e 88, altri nel 23 e 49. A nutrirli, coccolarli e a proteggerli ci pensavano dei detenuti più giovani , che si batterono per fare in modo che i bambini non salissero sui vagoni piombati destinati a mete terminali come Auschwitz. Le Ss avevano paura di girare in alcuni parti del campo, dove si diceva girasse il tifo. Ora alcuni storici pensano l’ipotesi di una vera e propria Resistenza nel Lager.
Un docente dell’Università del Michigan Kenneth Waltzer, dipartimento di studi ebraici , e selezionato dal Museo dell’Olocausto come uno dei primi 15 esperti incaricati di valutare i documenti di Buchenwald , sta studiando queste carte “Nella nostra ricerca abbiamo trovato qualcosa di unico : la storia di questi 904 bambini ancora vivi, in un campo di concentramento dove perirono più di 56000 persone. E’ incredibile come queste giovani vite erano tenute in vita , quando la regola interna del Lager voleva che venissero eliminati gli elementi inutilizzabili, o non dare il mangiare a chi era a chi non costituiva una forza lavoro? I detenuti anziani riuscivano ad agire per barricare quei bambini. Non solo hanno dato rifugio , ma gli hanno impartito alcuni rudimentali principi scolastici”.
Le carte di Brad Arolsen sono state sepolte da più di sessant’anni. Il blocco 66 , prima della liberazione, ospitava centinaia di ragazzi. Su uno scaffale vi è presente la storia di quel blocco. A metà gennaio del 1945 erano già pieni di detenuti. Ne arrivarono di nuovi, tanti giovani , fino a febbraio. I copiosi bambini evacuati da Auschwitz portarono a un travaso colossale al blocco 66. Entrarono prima in 170, poi 180 , dopo
altri 95 , infine 77.
Due nomi spiccano su tutti : l’ebreo ceco Kalina , di Praga, comunista , e il suo vice , il polacco Schiller , proveniente da Lvov , detto “Gustavo il rosso”. Insieme salvarono tante vite umane. La lista comprende piccoli detenuti polacchi, ungheresi, romeni, cechi, slovacchi, lituani , alcuni russi e ucraini, qualche zingaro e un solo greco. Molti andarono in Italia per essere assistiti , prima di andare in Palestina.

La resistenza fu organizzata soprattutto nel blocco 66 , nella zona più profonda del campo , una baracca non disinfestata, dove non c’erano gli appelli mattutini. Kalina e Schiller salvarono da morte certa i più piccoli della baracca , rifuitandosi di evacuare la baracca il giorno della liberazione.
Il pomeriggio dell’11 aprile , i soldati di Patton spezzarono i fili spinati , entrando nel campo. Il pianto più lungo e maro fu quello di Meir Lau che fu accudito da un giovane russo di Fyodor, 18 anni, che gli regalò un cappello con paraorecchie . “Fyodor rubava patate per me e mi cucinava una minestra calda”. Lau ha passato la sua vita a cercarlo “63 anni persino con appelli sul quotidiano Izvestija e tramite l’aiuto del Cremlino”. Il mistero è stato risolto con l’archivio. C’erano almeno tre Fyodor uno di loro , si legge, era Fyodor Michailicenko studente lavoratore. Era lui il suo lavoratore. Il rabbino che è anche presidente dell’Olocausto e ha contattato i parenti. Ma Fyodor è morto tre anni fa.
LA SPIA CHE LI AMAVA: ALIDA VALLI TRA TEDESCHI E AMERICANI
Forse un giorno la scoperta di nuovi documenti farà pendere la bilancia tutta da una parte. Per ora con quelli che l’infaticabile Mario Cereghino ha recuperato ai mitici National Archives di Washington DC riusciamo solo a capire che il cinema è davvero un’industria potente. Alida Valli ha un contratto con uno dei più abili e spregiudicati produttori di Hollywood, David O. Selzinck. Vuole andare in California e ha bisogno di un visto dell’ambasciata americana di Roma. Siamo all’inizio del 1946. Il servizio segreto consulta i rapporti dell’ufficio “Z” dello Special Counter Intelligence diretto dal leggendario J. J. Angleton e li incrocia con i rapporti dei Carabinieri e della Polizia Italiana. Parere negativo, afferma lo SCI/Z. Ecco alcuni estratti dai documenti ritrovati da Cereghino ai Nara: […] Il rapporto n. 730/130 dello Special Counter Intelligence, datato 12 luglio 1944, indica che il Soggetto – Valli Alida, un’attrice cinematografica di spicco – era in contatto con Bernasconi Giuseppe, il capo di un gruppo di Ss che integrava la componente esecutiva del “Quinto Gruppo” dell’Sd [lo Sichereitsdienst, i servizi segreti nazisti], comandato da Agostini Antonio.
Secondo un organigramma compilato dalla “Squadra speciale di polizia” del ministero dell’Interno della Rsi, in possesso di questo Ufficio, una certa Alida Vali [sic] era una confidente di Giuseppe Bernasconi, il capo della squadra. Questo gruppo si dedicava allo spionaggio, al controspionaggio ai danni degli antifascisti e dei comunisti e operava anche contro gli Ebrei. In generale, la squadra speciale [di Bernasconi] era una controparte (composta integralmente da elementi italiani, sotto l’egida del ministero dell’Interno della Rsi) del gruppo Agostini, che operava agli ordini dell’Sd germanico.
I documenti dell’Italian Army Intelligence (Iai) e del Rome Area Allied Command (Raac) rivelano che nel gennaio del 1944, stando a un rapporto della Sezione Calderini [un’unità del Servizio Informazioni Militare – Sim – che operava a Napoli, dalla fine del 1943, sotto il controllo dei Servizi anglo-americani], si è aperta un’indagine per appurare l’ampiezza della collaborazione nazifascista tra il Soggetto, Ferida Luisa, Valenti Osvaldo e Duranti Doris (nei nostri archivi, non si riscontrano ulteriori dettagli su tale indagine). Inoltre, gli archivi mostrano che, tramite il regista cinematografico [Carmine] Gallone, il Soggetto ha incontrato Bruno Mussolini e ne è divenuta l’amante nel 1938. Probabilmente, la medesima cosa si è verificata con Vittorio Mussolini. Il Duce in persona si è interessato al Soggetto, nel tentativo di favorire, per suo tramite, la carriera artistica della sorella di Clara Petacci, Maria.
Ma il produttore David O. Selzinck non è certo tipo da fermarsi di fronte ad un banale rapporto del controspionaggio redatto da un oscuro ufficialetto. E che diamine: un così insignificante agente non avrebbe spazio in una dignitosa sceneggiatura hollywoodiana. E poi…..come rinunciare alla bellezza di Alida Valli? Così, pressione dopo pressione, riesce ad ottenere che la pratica venga rivista. Il caso viene affidato all’agente speciale George A. Zappalà (indovinate un po’ da quale paese proveniva la sua famiglia!). I nuovi rapporti danno parere favorevole. Per Alida Valli la strada verso la California è aperta. Ecco alcuni estratti dal rapporto dell’agente segreto Zappalà:
“DE MEJO ALIDA, ALIAS VALLI ALIDA, ALTENBURGER ALIDA, VIA BRUXELLES 53, INTERNO 7, ROMA. RAPPORTO CONCLUSIVO”, COUNTER INTELLIGENCE CORPS (ROMA), 11 DICEMBRE 1946, CONFIDENZIALE, NARA, RG 226, ENTRY 174, BOX 243, FOLDER 148.
In seguito alla lettera inviata l’11 novembre 1946 dal console statunitense J. F. Huddlestone (Roma) al capitano Philip J. Corso (G-2, Raac) – missiva con la quale si richiedevano informazioni aggiuntive, al fine di chiudere il caso –, l’agente supervisore di questo Ufficio [il capitano Philip J. Corso] ha affidato l’indagine all’agente sottoscritto.
I risultati dell’indagine, condotta personalmente dal sottoscritto, sono i seguenti:
a) Il Partito fascista repubblicano
La Valli non era considerata un membro del Pfr. Il suo nome non compariva negli elenchi degli iscritti. L’unica tessera ottenuta dalla Valli era quella della Federazione dello Spettacolo, che però non aveva alcuna valenza politica. Il suo nome era inserito in una lista di attori, compilata dalle autorità della Rsi, da trasferire al Nord. Tuttavia, il Soggetto non ha obbedito alla richiesta ed è rimasto a Roma;
b) I rapporti con Bruno Mussolini Secondo Carmine Gallone, che ha diretto l’attrice in diversi film, l’intimità tra Bruno e Alida era solo una delle tanti voci che circolavano sul Soggetto. Gallone afferma che la Valli si è tenuta lontana dai riflettori durante l’occupazione tedesca di Roma, nel 1943-‘44. La Valli ha incontrato Bruno tramite il suo fidanzato, Carlo Cugnasca, che faceva parte dello stesso squadrone aereo del figlio del Duce. Grazie all’intercessione di Bruno, la Valli ha ottenuto un passaporto per recarsi in Svezia tra il dicembre del 1939 e il febbraio del 1940. Carlo Cugnasca ha perso la vita durante un’azione aerea nei cieli nordafricani, nell’aprile del 1941;
c) Le visite dei tedeschi o dei fascisti a casa della Valli Non vi è alcuna conferma al fatto che noti ufficiali tedeschi o fascisti abbiano mai frequentato regolarmente la casa della Valli, con la sola eccezione di un controllo effettuato dalle autorità per appurare chi possedesse un garage o un’automobile. Quella volta, Alida non era a casa. E’ stata sua madre a parlare con l’ufficiale che aveva bussato. La signora ha poi commentato con la domestica che l’ufficiale era stato molto cortese.
Questo rapporto non intende entrare nella vita amorosa di Alida Valli e rivelarne gli aspetti intimi e privati. Tali elementi non hanno alcuna attinenza con l’oggetto in questione, ossia i rapporti della Valli con i fascisti della Rsi o con i tedeschi.
Per quanto riguarda la sua reputazione morale, occorre dire che la maggior parte delle informazioni denigratorie sulle sue numerose storie d’amore è costituita dalle voci che solitamente circondano un’attrice famosa.
Da un lungo interrogatorio di Antonio Agostini, attualmente detenuto a Forte Boccea, è emerso che il prigioniero aveva ricevuto rapporti dai suoi agenti, secondo i quali la Valli – che era poco stimata e giudicata inaffidabile – affermava di aiutare agli Alleati. Sono state ottenute prove che confermano l’aiuto prestato [dalla Valli] ai militari alleati che erano nascosti in via Clitunno, a Roma, durante l’occupazione tedesca della città.
Molto tempo è trascorso e, di conseguenza, è risultato difficile ottenere dati ineccepibili. Tuttavia, stando alle notizie reperite dal sottoscritto tramite diverse fonti fiduciarie, è improbabile che vengano alla luce ulteriori informazioni calunniose in merito alla Valli.
Dopo attenta valutazione dei fatti sopra esposti, il Soggetto non è da considerare una minaccia alla sicurezza. Questo Ufficio, quindi, non manifesta alcuna obiezione all’ingresso di Alida Valli negli Stati Uniti d’America, affinché possa onorare il contratto stipulato con il produttore cinematografico David O. Selznick.
IL VOLONTARIO DI AUSCHWITZ
In Italia neppure ce ne accorgiamo. Non si sa perchè. Il libro di Marco Patricelli sta avendo un grande successo all’estero. E’ la storia di Witold Pilecki, artista diventato ufficiale e poi agente segreto per necessità di patria. Patria invasa dai nazisti tedeschi e dai comunisti russi. Per capire cosa fosse questo lager di Auschwitz su cui circolavano voci terribili, si fece catturare. Dentro il campo organizzò la resistenza. Riuscì a fuggire. Scrisse un rapporto dettagliato. Non gli credettero, o non gli vollero credere. Tradotto e pubblicato in Polonia, il libro ha incontrato il favore dei lettori polacchi, molto meno avari di quelli italiani nel riconoscere il valore di un’opera.
Storie di solidarietà nella Germania del Terzo Reich
Ernst ed Helisabeth Joseph sono due ebrei salvati dalla persecuzione nazista a Berlino grazie al coraggio di alcuni tedeschi subito dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, nel 1933.
Queste storie sono state rese note grazie alla loro figlia che desidera onorare il ricordo dei salvatori.
Helisabeth Joseph, i documenti falsi per una nuova vita
Cresciuta in una famiglia agiata di Berlino, nel 1937, a quattordici anni, Elisabeth Joseph (nata Jacoby) è costretta ad abbandonare gli studi per svolgere un periodo di lavoro forzato presso lo stabilimento Siemens-Halske. Quando la Gestapo sequestra l’appartamento in cui vive con i genitori e il fratello, si rifugia dapprima a casa di conoscenti, poi in abitazioni sventrate dai bombardamenti o negli angoli della stazione ferroviaria Bahnhof-Zoo. Durante uno dei tanti spostamenti in città che compie nel terrore di essere scoperta, Elisabeth incontra Eva Cassirer, una compagna di scuola di poco più grande. Eva invita Elisabeth a casa certa di poter contare sull’aiuto della madre Hannah Sotschek. Le due accolgono la giovane e le procurano dei documenti nuovi. Sotto il falso nome di Liselotte Lehmann e con la vita “normale” di un’aiutante domestica, Elisabeth trascorrerà in casa Sotschek più di due anni.
Ernst Joseph, nascosto con la sua famiglia
Ernst Joseph, classe 1915, possiede con la famiglia una piccola ditta import-export di beni alimentari. L’entrata in vigore delle leggi antiebraiche costringe Ernst a liquidare l’azienda e, come Elisabeth, a prestare lavoro coatto alla Siemens-Halske. Su suggerimento del socio d’affari Oscar Materne, si rivolge a Leni Pissarius nella speranza di trovare un rifugio in cui nascondersi con i genitori Leopold e Bertha. Leni e Paul Pissarius aiuteranno con ogni mezzo e terranno nascosti in casa propria i tre componenti della famiglia Joseph per oltre due anni e mezzo sino alla resa di Berlino il 2 Maggio 1945. I coniugi Pissarius sono stati riconosciuti Giusti tra le Nazioni da Yad Vashem.
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