venerdì 27 gennaio 2012

Il silenzio dei vivi. All'ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione


TRAMA: Elisa Springer aveva ventisei anni quando venne arrestata a Milano, dove era stata mandata dalla famiglia per cercare rifugio contro la persecuzione nazista, quindi fu deportata a Auschwitz il 2 agosto 1944. Salvata dalla camera a gas dal gesto generoso di un Kapò, Elisa sperimenta l'orrore del più grande campo di sterminio. Eppure conserva il desiderio di vivere e una serie di fortunate coincidenze le consentiranno di tornare prima nella sua Vienna natale e poi in Italia. Da questo momento la sua storia cade nel silenzio assoluto, la sua vita si normalizza nasce un figlio e proprio la maternità è il segno della riscossa. È per lui che Elisa ritrova le parole che sembravano perdute per raccontare il suo dramma.

AUTRICE: Elisa Springer nasce a Vienna nel 1918 da una famiglia di commercianti ebrei. Con le persecuzioni ebraiche in Austria, Elisa decide di rifugiarsi in Italia, dove si trasferisce nel 1940. Denunciata alle SS da una donna italiana, viene arrestata e deportata ad Auschwitz, "deserto di morte senza speranza". All'età di ventisei anni, Elisa vive le atrocità del regime nazista, cominciando un raccapricciante cammino verso la spersonalizzazione, vittima di un mondo che "stava perdendo il suo io, il suo Dio". Tuttavia la forza fisica e spirituale della donna ne rivelano una capacità di resistenza straordinaria, un bisogno incontenibile di credere ancora nella vita, nonostante il supplizio di quei giorni. Elisa sopravvive e costruisce una nuova vita in Italia. Come molti altri reduci dai campi di sterminio, vive, decide di soffocare il suo dolore nel silenzio: per paura di non essere accettata nasconde sotto un cerotto il marchio tatuato nel campo di Auschwitz sull'avambraccio sinistro. La paura di sentirsi diversa, osservata da chi, non potendo comprendere a pieno il significato di quell'esperienza, rispondeva con scherno e indifferenza, la portano a tacere fino a che Silvio, il figlio di vent'anni, volendo capire il passato della madre, la interroga cercando verità fino ad allora represse. Elisa decide così, all'età di settantotto anni, di parlare "per non dimenticare a quali aberrazioni può condurre l'odio razziale e l'intolleranza, non il rito del ricordo, ma la cultura della memoria". Il racconto dei giorni trascorsi nei lager, redatto in italiano, non solo rende giustizia ai martiri che ne fecero esperienza, non solo permette a Elisa di riacquistare un'identità celata ormai da cinquant'anni, ma parla anche alla coscienza di ogni suo lettore. Inno alla forza della vita, le parole di questa donna non lasciano spazio all'incredulità e all'indifferenza; lucido ricordo di una vita dominata dal silenzio, il libro di Elisa Springer diventa testimonianza di un passato, anche italiano, da non rimuovere.

ESTRATTO: “Lo strazio più grande, in questi cinquant'anni e stato quello di dover subire l'indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l'evidenza dello sterminio. Come tanti altri sopravvissuti mi ero imposta di non parlare, di soffocare le mie lacrime nello spazio più profondo e nascosto della mia anima, per essere io sola, testimone del mio silenzio; così e stato fino a oggi!"

<...> "Ho taciuto e soffocato il mio vero "io", le mie paure, per il timore di non essere capita o, peggio ancora, creduta. Ho soffocato i miei ricordi, vivendo nel silenzio una vita che non era la mia; non è giusto che io muoia, portando con me il mio silenzio."

Volo Via (cortometraggio sulla Shoah)


Tratto da una storia vera. Uno dei peggiori episodi di violenza nei confronti dei piccoli riguarda il trasporto da Auschwitz a Neuengamme di venti bambini, nel novembre del 1944.

27 GENNAIO - PER NON DIMENTICARE


Giornata della memoria

La storia che non si conosce è destinata a ripetersi. Abbiamo il dovere di ricordare, abbiamo il dovere di capire che il male non è un’entità astratta e mostruosa fuori di noi, ma è in noi, potente e mostruoso, il male è non capire che dobbiamo rispecchiarci nel volto dell’altro e che ogni essere umano è mio fratello, di cui debbo prendermi cura.

Oggi, il giorno della memoria. Fiumi, deliri di parole.

Pochi o tanti chissà, ma abbiamo il dovere di ricordare perchè il male è dentro di noi e può prendere corpo e mostrare la sua mostruosità in qualsiasi momento. Un popolo che non ricorda è costretto a ripetere la storia e chi impone il proprio dominio vuole proprio questo che dimentichiamo o copriamo con tonnellate di retorica ciò che è stato.

mercoledì 18 gennaio 2012

La chiave di Sara

TRAILER


Parigi, ai giorni nostri. Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni, sta facendo un'inchiesta sui dolorosi fatti del Velodromo D'inverno, il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento.

Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti si imbatte in Sara, una donna che aveva 10 anni nel luglio del 1942, e ciò che per Julia era solo materiale per un articolo, diventa una questione personale, qualcosa che potrebbe essere legato ad un mistero della sua famiglia.

A 60 anni di distanza è possibile che due destini si incrocino portando alla luce un segreto che sconvolgerà per sempre la vita di Julia e dei suoi cari?

A volte una verità che appartiene al passato comporta un prezzo da pagare nel presente...

mercoledì 11 gennaio 2012

1945 - Il viaggio di Hans Jonas


Nel 1945 Hans Jonas torna a casa, a Mönchengladbach in Germania. Manca da più di dieci anni. Nel '33 è scappato dai nazisti. È fuggito a Londra, poi a Gerusalemme. Poi è scoppiata la guerra. Nel '44 si è arruolato nelle Brigate ebraiche, esercito britannico, è da lì è iniziato il suo viaggio di ritorno.

La campagna d'Africa, lo sbarco in Sicilia, l'Italia intera fino alle Alpi, l'Austria, la Germania. La battaglia vinta da Jonas contro il nazismo sta tutta in questo viaggio, dove l'ebreo tedesco in divisa riconquista il terreno perduto e le truppe di Hitler si ritirano come un virus debellato dalla cura.

Ma quando Jonas bussa alla porta della casa dove è vissuto insieme al padre, alla madre e al fratello, non trova più nulla. Nuova gente ha occupato la casa, approfittando dell'esproprio nazista. Quello che gli apparteneva, gli è stato tolto. Allora cerca sua madre, ma anche lei gli è stata tolta: è morta ad Auschwitz. Allora cerca il suo editore, ma si è rifugiato in qualche cantina e non pubblica più da anni.

Jonas è rimpatriato in un deserto, in una patria azzerata. Basta questo per dire un'altra volta addio. Trascorrerà il resto della sua vita in Israele e negli Stati Uniti. Tornerà in Germania solo per conferenze o viaggi di studio. Ci spiegherà che dobbiamo darci un'etica biologica, ci insegnerà il principio di responsabilità verso il mondo in cui viviamo, che ci contiene e nutre.

"Caserme rosse". Il lager di Bologna


A Bologna, in via di Corticella al civico 147, si trova il portale di ingresso di ciò che resta del “lager di Bologna” dopo il bombardamento aereo alleato del 12 ottobre 1944, che demolì oltre il 90% della cubatura dei fabbricati allora esistenti, dove erano rinchiusi migliaia di rastrellati in attesa della deportazione. Cinque dei sei imponenti fabbricati a forma di U, le palazzine comando, altri fabbricati minori, sotto il peso distruttivo di 750 ordigni da 100 libbre sganciati durante l’attacco aereo del 47° Bomb Wing dell’Air Force americana che avvenne dalle ore 12 alle ore 14, come si è appreso dall’apertura avvenuta qualche anno fa degli archivi dei servizi segreti americani riguardo i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, furono rasi al suolo. Gli americani pensavano di colpire un complesso militare nemico, non sapevano che Caserme Rosse era un campo di prigionia. Solo su Caserme Rosse quel giorno caddero oltre 34.000 kg di bombe costruite sì per demolire, ma soprattutto per ferire ed uccidere gli uomini: ogni ordigno era in grado di colpire, con il suo effetto schegge, uomini allo scoperto nel raggio 60 metri dall’esplosione.




I reclusi nel lager di Caserme Rosse, oltre a temere la furia nazista ed il sempre presente pericolo dell’immediata deportazione nei campi di prigionia o di sterminio organizzati da Adolf Hitler, seguivano con l’udito, ogni volta con grande apprensione, il passaggio in cielo dei bombardieri. A loro non era permesso di fuggire al riparo di un rifugio. Se il bombardamento fosse avvenuto avrebbero dovuto subirne le conseguenze all’interno delle camerate rigurgitanti di prigionieri.

Padre Saccomano, un frate Barnabita, era stato condotto a piedi dall’Eremo di Tizzano, prigioniero dei tedeschi con altri 75 rastrellati, era l’8 ottobre 1944. Quel giorno a Caserme Rosse giunsero, meglio si aggiunsero altri 1500 prigionieri a quelli già presenti, tant’è che non vi era angolo di camerata o giaciglio libero per i nuovi arrivati.

Anche quel 12 ottobre i fascisti avevano rassicurato ed andavano ripetendo che non c’era da avere paura, perché già altre volte i nemici avevano sorvolato Caserme Rosse senza mai sganciare una bomba.

“Era da poco passato il mezzogiorno ed il cielo era solcato da innumerevoli fortezze volanti, sentimmo il caratteristico scroscio delle bombe sganciate sul nostro capo ed il loro esplodere nelle nostre immediate vicinanze. Le Caserme Rosse erano prese di mira”.

Così, dai ricordi di Padre Saccomano, ci è dato di sapere come cessò l’esistenza di quel tremendo luogo di dolore che è stato Caserme Rosse per decine e decine di migliaia di rastrellati e deportati, punto di partenza di un viaggio spesso senza ritorno.


Il 12 ottobre 1944 Bologna subì, dopo il 25 settembre 1943, il secondo più grave bombardamento di tutta la guerra, che provocò oltre 400 morti e 600 feriti in città. A Caserme Rosse numerosi furono i morti ed i feriti; sotto le bombe i tedeschi ed i fascisti si erano subito eclissati, fu così facile fuggire anche per i rastrellati rimasti illesi.

Di Caserme Rosse conosciamo bene data e modalità di chiusura del campo di detenzione. Conosciamo meno bene ciò che avvenne dopo l’8 settembre 1943. Sappiamo per precise testimonianze dirette che già il 9 settembre 1943 i tedeschi ed i fascisti armati di fucile a baionetta montata conducevano a Caserme Rosse tutti i militari italiani che venivano rastrellati alla stazione ferroviaria, nelle strade e nelle piccole caserme. Nelle nostre zone la grande massa dei militari italiani non era, come si pensa, sbandata; bensì essi, tentarono di salvarsi, obbedendo ad un preciso ordine impartito dai superiori di fuggire dalle caserme e di togliersi la divisa per sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi. Il “tutti a casa” fu conseguenza della mancata organizzazione ed esecuzione di un piano di resistenza armata generalizzato ai tedeschi da parte del Re, di Badoglio e dei comandi superiori, che pensarono a mettersi in salvo lasciando l’esercito allo sbando.

Già la sera del 9 settembre 1943 Caserme Rosse rigurgitava di soldati di ogni arma dell’esercito, della marina e dell’aeronautica, catturati con estrema facilità dai tedeschi nel momento in cui scendevano dai treni.Caserme Rosse raccolsero per mesi, sicuramente fino a novembre e dicembre 1943, decine di migliaia di militari. La quasi totalità di questi furono deportati in Germania con vagoni bestiame piombati. Durante la permanenza dei militari il tentativo di fuga veniva punito con l’immediata fucilazione: i tedeschi tiravano al bersaglio sui fuggitivi. Chi veniva solo ferito o catturato illeso veniva messo al muro ed immediatamente fucilato. Stessa sorte toccava a chi aiutava a fuggire: anch’essi, se individuati, venivano immediatamente fucilati, come ci ha testimoniato l’aviere scelto Luigi Lorenzato. Le

Lorenzato arrivò a Caserme Rosse il 9 settembre 1943, la caserma era già piena zeppa di militari. Lorenzato ricorda: “nel breve periodo trascorso a Caserme Rosse sentivo tutti i giorni, spesso, colpi di arma da fuoco, che erano indirizzati verso chi tentava la fuga. Numerosi miei compagni di prigionia persero la vita per mano dei tedeschi, mentre tentavano di fuggire. In una occasione avevo aiutato alla fuga un prigioniero. Con altri fui messo in fila, per riconoscere chi aveva aiutato il fuggitivo. Rimasi terrorizzato di essere riconosciuto, fortunatamente i tedeschi mi scrutarono, ebbi un colpo di fortuna e passarono oltre”.

Nell’ottobre del 1943, come ci ha lasciato scritto Monsignor Giulio Salmi, “Arrivarono dapprima i Carabinieri, colpevoli di un solo giuramento”. I Carabinieri romani e laziali, come i commilitoni campani, si erano rifiutati di rastrellare gli ebrei. Per questo vennero considerati inaffidabili dai tedeschi e dal maresciallo Graziani ministro della difesa nazionale della "repubblica di Salò", come ci è stato rivelato dalla recente apertura degli archivi della C.I.A. riferiti al 1943-44.

 
Ai primi del 1944, terminò la fase del rastrellamento dei militari italiani già in armi dopo l’8 settembre del '43. Anche per colpa e responsabilità della cosiddetta “repubblica di Salò", un fortissimo accanimento fu rivolto verso i giovani in età di leva, in particolare le classi 1924-1925, che vennero richiamate per essere al servizio, in realtà, dell’occupante tedesco. I tedeschi, più che combattenti (essi giudicavano molto negativamente il soldato italiano), cercavano manodopera gratuita da avviare allo sfruttamento nel dispositivo di produzione bellica e nelle campagne della Germania, per sostituire a costo nullo i militari nazisti richiamati alle armi. Praticamente tutti i giovani abili per la "repubblica di Salò" che giunsero a Caserme Rosse furono destinati in Germania, subendo anch’essi uno sfruttamento bestiale e disumano. Chi invece godeva di minore vigoria fisica e di minore salute era inviato, sempre come manodopera gratuita da sfruttare, alla Todt (*), per il consolidamento dei sistemi di difesa passiva tedeschi sul nostro territorio nazionale.

La ricerca affannosa di nuovi deportati per la Germania portò a metà del 1944 ai rastrellamenti a tappeto prima nelle Marche ed in Toscana, poi a settembre e ottobre in Emilia Romagna. Tutte le stragi nazifasciste erano accompagnate da feroci rastrellamenti verso la popolazione civile, con i molteplici scopi di fare terra bruciata attorno alla Resistenza, di seminare il terrore e di raccogliere quanti più uomini e donne possibile da avviare ai luoghi di detenzione e di transito, in cui venivano selezionati e divisi i prigionieri per la Germania da coloro che sarebbero stati utilizzati nei lavori forzati in Italia. Fra questi centri di raccolta è ormai certo che il grande primato negativo per il numero dei transitati, spetti a Caserme Rosse. Secondo Don Giulio Salmi, che fu Cappellano dei rastrellati di Caserme Rosse, nel solo periodo maggio-ottobre 1944 essi furono almeno 36.000.

Dai dati dello storico tedesco Lutz Klinkhammer, nel suo libro "L’occupazione tedesca in Italia. 1943-1945”, risulta che nella città e provincia di Bologna dal 15 luglio all’11 agosto 1944, furono rastrellati 3336 uomini e 47 donne. Di essi 1903 uomini e 38 donne vennero deportati in Germania; 1151 uomini passarono in forza alla Todt; 286 uomini e 9 donne risultarono inabili.

Sempre nel mese di agosto nella provincia di Bologna altri 7436 uomini e 139 donne vennero catturati, l'89% di essi erano civili rastrellati. Di questi, 5.600 furono deportati in Germania, 1500 restarono in Italia a disposizione della Todt; 500 i dichiarati inabili.

Questi ultimi dati danno l’idea del tremendo tributo pagato prima dai militari poi dalle popolazioni civili, alla deportazione nei lager nazisti e transitati da Caserme Rosse.

Adolf Eichmann. L’assoluta banalità del male

Nell’aprile 1961 iniziava in Israele il processo al gerarcha nazista Adolf Eichmann, conclusosi nel 1962 con la sua impiccagione. In occasione del cinquantesimo anniversario il magazine tedesco Der Spiegel rievoca sulla base di documenti inediti, la fuga, l’arresto e il processo ad Eichmann, responsabile dei convogli ferroviari che trasportavano gli ebrei nei campi di concentramento nazisti.



L’ex ufficiale riuscì a sfuggire al processo di Norimberga e nel 1950 si trasferì in Argentina adottando una nuova identità. Nell’immagine a lato il documento che gli venne rilasciato dalla Croce Rossa a nome di Ricardo Clement.

Per anni Eichmann visse a Buenos Aires protetto dalla nuova identità. In questa città aprì una lavanderia, allevò conigli e lavorò come operaio in una fabbrica della Mercedes Benz. Tenne contatti con Josef Mengele, il medico del lager di Auschwitz-Birkenau, partecipò alle cerimonie organizzate da immigrati nazisti in onore del presidente argentino Juan Peron e si lasciò andare a rimembranze nostalgiche affermando che durante la guerra “saremmo potuti andare oltre. Non abbiamo fatto il nostro lavoro come avremmo dovuto. Potevamo fare meglio.”

La sua vera identità venne alla luce nel 1957, quando suo figlio fece rivelazioni compromettenti alla fidanzata, alla quale si era incautamente presentato con il suo vero cognome. La ragazza riportò i racconti del giovane al padre, il quale collegò il cognome Eichmann al criminale nazista ricercato in tutto il mondo. Ne parlò al procuratore tedesco Fritz Bauer, il quale informò il Mossad israeliano. Nel 1960 i servizi segreti israeliani rapirono Eichmann e lo portarono in Israele, dove venne processato e impiccato il 31 maggio 1962.

Durante il processo Eichmann negò di odiare gli ebrei e riconobbe soltanto “la responsabilità di aver eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra”.

Per questa sua dichiarazione, Hannah Arendt, la storica tedesca di origini ebraiche scomparsa nel 1975, descrisse l’ex SS-Obersturmbannfuhrer Adolf Eichmann come “l’incarnazione dell’assoluta banalità del male”.