sabato 9 aprile 2011

Il Giorno della Memoria

“Ritorno a scuola”. L’educazione dei bambini e dei ragazzi ebrei a Venezia tra leggi razziali e dopo guerra.


Tragedie e orrori del passato e un monito al presente: il giorno della Memoria ricorda la Shoah ( sterminio del popolo ebraico) cercando testimoni diretti di un male che non è poi lontanissimo. Poco più di 50 anni fa l’Europa veniva attraversata dall’odio e da atti di crudeltà inaudita verso gli ebrei. Auschwitz come atto finale di un disegno perverso. Eppure c’è bisogno di ricordare, il male è ben lontano dall’esser stato sradicato. Dall’abbattimento dei cancelli del campo di sterminio, il ritorno alla vita è stato lento e doloroso. Una mostra storico – documentaria racconta le vicende di bambini e ragazzi ebrei a Venezia. Dall’espulsione dagli istituti scolastici in seguito alle Leggi razziali, fino al ritorno a scuola dopo la fine della guerra. La Casa della Memoria e della Storia del Novecento , a villa Hèriot alla Giudecca, propone un percorso che attraverso fotografie e documenti mette assieme pezzi di vita di chi ha tristemente vissuto in prima persona le atrocità. Voci narranti, Lia e Alba Finzi, due sorelle ebree scampate ai campi di sterminio e poi diventate maestre ed educatrici. La mostra è quasi un diario scolastico fatto di disegni e fotografie di classe, ricordi e testimonianze dirette. Da una sala all’altra, si mettono assieme pezzi di vita per recuperare un’ infanzia segnata dalla peggiore delle esperienze. Qualcuno non è mai tornato a scuola, la vita si è fermata dietro al cancello di un campo di sterminio ebreo. Nei lucidi racconti di Alba e Lia non c’è mai rancore per quello che hanno vissuto, mai una parola di odio verso chi ha voluto che il male si compisse. E a cosa servirebbe? Educare alla vita ha generato frutti migliori. Lo vedi nelle foto di quei bambini che sembrano voler solo diventare grandi e tornare ad essere felici.

«Frequentavo le elementari a Sant’ Angelo - racconta Lia Finzi –, avevo 10 anni e mi cacciarono dalla scuola come tutti gli altri bambini e insegnanti ebrei. Per noi l’unica possibilità era continuare a frequentare la scuola in Ghetto. 40 bambini dalle elementari all’ultimo anno del liceo seguiti da maestri e professori licenziati e cancellati persino dagli elenchi telefonici». Alcune famiglie ebree di Venezia capirono che il pericolo era imminente. Chi fuggì verso Roma, confidando nell’arrivo degli alleati americani, chi cercò di nascondersi nelle vicine campagne, chi fuggì in esilio. Per gli altri, sappiamo bene come andò a finire. Fino al 1943, i bambini ebrei riuscirono a continuare a frequentare le scuole, poi con l’inasprimento delle leggi razziali il tentativo di “farli sparire” si fece sempre più concreto.

La scuola in Ghetto fu organizzata con mezzi di fortuna. «Io studiavo medicina a Padova – racconta Alba Finzi – mi chiesero di occuparmi dei bambini che erano rimasti senza punti di riferimento. Accettai subito. Seguivo la 3°, 4°,5° elementare, otto bambini in tutto. Poi le classi si ingrandirono. Con la fine della guerra, la scuola proseguì il suo mandato fino agli anni ‘50». Roberto Bassi dedica il suo ricordo, affidato ad un video-racconto, agli amici che non sono più tornati. Rimangono le foto di classe scattate prima della tragedia con i nomi e i cognomi e quei bambini che tutto pensavano meno che ad un destino terribile. Al presente rimane il dolore e il compito di ricordare. Non sono poi così lontani quegli orrori.

Mauthausen per ogni pidocchio cinque bastonate

I ricordi di Gianfranco Maris, ex deportato, che oggi compie novant'anni:
"Si moriva prima con la testa e poi col corpo"


MILANO - È uno di quei pochi uomini che hanno ancora qualcosa da raccontare. Lo considera un dovere: «Quando parlo ai ragazzi delle scuole li trovo attentissimi. Ma capisco che non sanno niente di quei tempi: chiedono quando è stata la guerra, chi l’ha fatta e contro chi, chi ha vinto e chi ha perso». L’avvocato Gianfranco Maris oggi compie 90 anni e viene festeggiato alla Fondazione Memoria della Deportazione (è a Milano in via Dogana 3), di cui è presidente. È stato a Mauthausen-Gusen, il campo di concentramento nazista che vanta, per modo di dire, la più alta percentuale di vittime: morì il 60 per cento dei deportati. Dachau e Buchenwald sono sotto il 30 per cento. Auschwitz sembra poco sotto alla percentuale del Lager in cui è stato Maris, ma lì non ci andavano i «politici» come a Mauthausen, ci andavano gli ebrei e spesso gli ebrei venivano mandati nelle camere a gas prima dell’immatricolazione, così che la macabra contabilità è inesatta per difetto.

Lo incontro nel suo studio di Milano. Gianfranco Maris è un noto avvocato penalista. Ha difeso anche Leonardo Marino, che ha confessato di aver partecipato all’omicidio del commissario Calabresi. E siccome Maris è stato senatore del Partito comunista (dal 1963 al 1972), qualcuno arrivò a dire che il processo contro gli ex di Lotta continua era un complotto del Pci, che doveva regolare vecchi conti a sinistra. Maris sorride: «Era estate, e io ero uno dei pochi avvocati non ancora in vacanza. Marino non aveva un legale, il pubblico ministero che lo interrogava mi vide in corridoio e mi chiese se volevo assumere la difesa d’ufficio. Parlai a lungo con Marino, studiai le carte, accettai solo quando mi fu chiaro che era credibile». Maris sorride, anche perché per un uomo che è stato in un Lager nazista quasi tutto, anche certi veleni e sospetti, scivola via come una cosa piccola. Racconta con una lucidità e una passione che sembrano azionare una misteriosa macchina del tempo.

Stazione Centrale di Milano: il binario 21, sotterraneo, con ingresso laterale da cui partivano i treni con i deportati del regima nazi-fascista diretti i campi di concentramento, un’altra stazione sotto la stazione.


«Il fatto che ha determinato tutto il mio destino è accaduto nel 1938, quando avevo 17 anni e frequentavo il terzo anno del liceo classico al Carducci di Milano. Un mio amico mi presentò suo fratello, che era un tipo strano e affascinante. Mi diede dei libri da leggere, erano libri di politica e di temi sociali. Mi accorsi che avevano tutti il segno di un piccolo timbro con scritto “Ventotene”. Non sapevo nulla di Ventotene. Seppi più tardi che quel ragazzo era il rappresentante del Pci clandestino a Milano. Mi presentò Vittorini, Steiner, altri uomini di cultura. La mia fu un’adesione di fatto.

«In casa non avevo respirato un’attività antifascista. Era una famiglia abbastanza modesta, mio padre era un fonditore di ghisa e aveva una piccolissima azienda con il fratello. Io ricordo solo che ebbe delle grane al tempo del delitto Matteotti. Era un repubblicano e i fascisti un giorno vennero a cercarlo a casa. Lui non c’era. Si nascosero in giardino e lo aspettarono. Quando la sera arrivò, mia madre riuscì a divincolarsi dagli squadristi che la tenevano in casa e gli gridò di scappare. Avevo tre anni ma mi ricordo tutto. Mio padre che scappa, e tutti a inseguirlo: i fascisti e mia mamma con me in braccio. Riuscì a rifugiarsi in questura e a salvarsi, ma da quel momento fece una gran fatica a trovare lavoro.


«Perché si diventava comunisti? Anche per episodi così. Tanti episodi. Nel 1938 avevamo un supplente che avrà avuto 25 o 26 anni. Un giorno entra in classe e ci dice: “Sono venuto a congedarmi da voi. Purtroppo appartengo a una razza inferiore, non sono ariano come voi”. Io non sapevo niente delle leggi razziali, e non avevo mai avvertito ostilità contro gli ebrei. Vidi allontanati dal Carducci molti miei compagni di scuola e di giochi. Per me fu determinante».

La memoria scava in altri giorni lontani: «Nel 1939 una sera vidi un vecchio che faceva la pipì sul muro dell’edificio che ospitava il Gruppo rionale fascista. Non lo faceva per spregio politico: solo perché era vecchio e ubriaco. Uscirono dal Gruppo sette-otto ragazzi e lo massacrarono di botte. Io intervenni e picchiarono pure me, poi mi portarono dentro e mi portarono dal segretario. Mi interrogò: “Perché sei intervenuto?”. Risposi che difendere un povero vecchio mi pareva un atto di giustizia e di libertà. Ripresero a picchiarmi, e siccome qualche pugno riuscii a piazzarlo anch’io, loro chiamarono la polizia accusandomi di lesioni e violazione di domicilio. In questura un vecchio commissario meridionale, che aveva capito tutto, fece finta di prendere la denuncia e mi lasciò andare».

Poi la guerra. «Ero ufficiale. Slovenia, Croazia, Grecia. Comandavo soldati che avevano dieci anni più di me. L’80 per cento di loro era analfabeta. Pastori del Sud che mi chiedevano di leggere le lettere che arrivavano da casa. Raccoglievo confidenze di povera gente che era stata mandata a morire a migliaia di chilometri da casa senza sapere perché. Mi guardavano e mi chiedevano: perché facciamo questa guerra? Non sapevo che cosa rispondere. E non potevo non capire che quella guerra era una rapina, un’infamia. Molti sono diventati comunisti a causa di quella guerra». Gli chiedo se s’è mai sentito deluso – dopo – dal comunismo: «Quello che è successo in Russia, e anche altrove, è una degenerazione del comunismo».


Torniamo a quei tempi. Arriva il 25 luglio, poi l’8 settembre, l’esercito nel caos, ordini che non arrivano. «Siamo tornati in Italia a piedi. A Milano andai in una sede del Pci davanti all’ospedale Fatebenefratelli. Decisero di mettere a disposizione la mia esperienza militare. Vado in Val Brembana, organizzo una brigata in Val Taleggio, poi mi mandano in Valtellina. Ma alla stazione di Lecco io e un compagno veniamo arrestati dalle SS: ci aveva venduti un partigiano arrestato». Il carcere a Bergamo e a San Vittore, le botte. Poi il binario 21: partenza per Fossoli, quindi Mauthausen-Gusen. «Ci arrivammo il 5 agosto 1944. Era un campo per deportati politici. Poi vennero deportati anche i non “politici”: bastava essere operai e avere braccia buone per il Reich. I non idonei finivano nelle camere a gas, o uccisi con un’iniezione di benzina al cuore». Mi spiega come cercavano di tenerli in forze, visto che erano «utili» come forza-lavoro. «Nell’agosto del ’44, quando sono arrivato, davano un chilo di pane al giorno da dividere in sei. Nel marzo del 1945 la stessa razione veniva divisa in 24. Ricordo la fame, il freddo, la dissenteria.

«La sera c’era il controllo dei pidocchi. Ti facevano spogliare e controllavano i vestiti: per ogni pidocchio, cinque bastonate. Una sera d’inverno mi trovarono cinque pidocchi. Presi venticinque bastonate, poi lasciarono i miei vestiti tutta la notte sul tetto pieno di neve e mi fecero dormire nudo. La mattina tornai alla cava di pietre indossando i vestiti inzuppati di neve e gelati». Come ha fatto a sopravvivere? «Non lo so neanche io, forse non lo sa nessuno. Morirono in tanti: si moriva prima con la testa e poi con il corpo. A volte, quando racconti ti dicono: non è possibile che sia successo tutto questo. Ma è successo, e potrebbe succedere ancora. Ecco perché noi dobbiamo mantenere la memoria. La conoscenza della storia è la prima condizione per la libertà».

Il Parlamento Italiano, dal 2000,
ha voluto che il 27 gennaio di ogni anno
sia la ricorrenza dedicata alla commemorazione
delle vittime del nazismo e del fascismo, dell’Olocausto
e in onore di coloro che a rischio della propria vita
hanno protetto i perseguitati.


Franco schedò gli ebrei spagnoli e passò lista a Hitler

El Pais: da archivi copia documento che regime cercò di distruggere

(Ansa) – Roma, 20 giu – Il dittatore spagnolo Francisco Franco salvatore di tanti ebrei dall’Olocausto? «Una favola» per il quotidiano El Pais, che sulla scorta di un documento emerso dall’Archivio storico nazionale, svela oggi dei retroscena secondo cui Franco, al contrario, nel 1941 fece censire di nascosto i circa 6.000 ebrei spagnoli e forse consegn• la lista all’amico Hitler. Poi, finita la guerra, caduto il Terzo Reich, il regime cercò di cancellare tutte le prove di quella collaborazione potenziale allo sterminio degli ebrei, cercando di crearsi una verginità di «salvatore di ebrei». Un mito, questo, che ha retto fino a quando una copia del compromettente documento, miracolosamente sopravissuta al repulisti post-bellico, non è stata ritrovata, proveniente dal Governo civile di Saragozza, nell’Archivio storico nazionale dal giornalista ebreo Jacobo Israel Garzon. Il documento, ricostruisce El Pais, è datato 13 maggio 1941, solo sei mesi prima che sulle rive del Wannsee, alle porte di Berlino, i gerarchi del Terzo Reich hitleriano decidessero la nuova strategia della «soluzione finale» per «ottimizzare» e rendere sistematico lo sterminio degli ebrei. Si tratta di una circolare che l’allora capo della Direzione nazionale della sicurezza, Jos‚ Finat, conte di Mayalde, firmò e diramò ai governatori di tutte le province della Spagna, con l’istruzione di inviare al governo centrale le informazioni «sugli israeliti nazionali o stranieri che risiedono nella provincia (…) indicando affiliazioni personali e politico-sociali, mezzi di sussistenza, attività commerciali, situazione attuale, grado di pericolosità e opinione politica». Obiettivo, creare un «Archivio ebraico». Il Pais fa notare come lo scopo evidente del documento non fosse quello di proteggere il regime dal potenziale sovversivo degli ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, che oltretutto entravano direttamente in Portogallo per poi migrare per lo più negli Stati Uniti. Piuttosto si volevano schedare e controllare gli ebrei spagnoli, i sefarditi, che – recita il documento, citato dal giornale – «in virtù del loro adattamento all’ambiente e alla similitudine con il nostro temperamento possono pi— facilmente occultare la loro origine». Secondo il quotidiano un atteggiamento del genere era estraneo anche al tradizionale antisemitismo della Chiesa cattolica spagnola, che pure perseguitò ed espulse gli ebrei in passato, ma per la quale un ebreo convertito al cristianesimo cessa di essere tale. Jos‚ Finat, ricostruisce El Pais, era non solo ammiratore di Hitler, ma amico personale del capo delle Ss Heinrich Himmler. Quest’ultimo, durante la sua visita in Spagna nell’ottobre, fu accompagnato da Finat a vedere una corrida, che lo zelante carnefice di Hitler giudicò, fra l’altro, «spettacolo crudele». La circolare fu emanata da Finat il giorno prima che lasciasse l’incarico per diventare, un mese dopo, ambasciatore della Spagna franchista a Berlino. Lì, dice il giornale, presumibilmente Finat consegn• in seguito la lista dei 6.000 ebrei spagnoli schedati ai gerarchi di Hitler. A salvare dai campi di sterminio i 6.000 ebrei di Spagna, conclude El Pais, fu solo il fatto che la Spagna di Franco, per un complesso di ragioni, decise di non entrare in guerra.

Il profumo delle foglie di limone, di Clara Sánchez

È trascorso poco più di un mese dal giorno della memoria, il 27 gennaio, in cui il mondo ha ricordato simbolicamente l’immane tragedia dell’Olocausto, della Shoah.

È uscito in questi ultimi giorni, per Garzanti, Il profumo delle foglie di limone, di Clara Sánchez – un libro che ha fatto impazzire la Spagna e adesso l’Italia, visto l’ottimo riscontro di pubblico –, è un intenso racconto di come ancora il dolore e le conseguenze di quel drammatico momento storico si diramino fino ad oggi e dimostri che le ferite non sono affatto rimarginate.

Veniamo alla trama. Julián, dopo essere sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen, si trasferisce in Argentina dove mette su famiglia.

"Continuano a credere di aver fatto il loro dovere. Dormono sonni tranquilli. I mostri che fanno più paura sono quelli che si nascondono dietro un volto benevolo. Terrorizzare le persone è molto più facile di quel che sembra.

Sì, la paura che facciamo agli altri, la paura che paralizza noi stessi e ciò che possiamo fare per sconfiggerla. Vale a dire: costruire legami attraverso l'amicizia e l'amore." Da Il profumo delle foglie di limone".

L'autrice dice che se dovesse avere una proposta per una trasposizione cinematografica del romanzo, sceglierebbe Martin Scorsese,per il suo Quei bravi raggazzi ma anche per L'età dell'innocenza, per il fatto di saper presentare il mondo interiore ma anche il volto pubblico di ognuno.



domenica 3 aprile 2011

''OPERAZIONE BERNHARD TRA VERITA' E LEGGENDA"

STORIA DELL' ''OPERAZIONE BERNHARD TRA VERITA' E LEGGENDA"


Una baracca con un tavolo da ping-pong, riviste e operette da cabaret come musica di sottofondo – i dettagli sono troppo grotteschi per essere stati pensati da uno sceneggiatore. Queste sono scene vere dal laboratorio dei “falsari” al campo di concentramento Sachsenhausen.
IL FALSARIO-OPERAZIONE BERNHARD narra la storia di questo laboratorio e dell’”Operazione Bernhard” che gli ha dato vita.
L’operazione fu lanciata nel 1942 e seguì un piano segreto escogitato dai nazisti sotto la guida dell’allora ispettore Bernhard Krüger, specializzato in contraffazione.
L’obiettivo dell’operazione era di produrre sterline inglesi e dollari americani falsi per indebolire le economie di quei paesi nemici. Si ritiene anche che i nazisti volessero compiere grandi transazioni finanziarie con quei soldi, come l’acquisto di materiali di guerra, ma gli storici contestano questa teoria.
I nazisti presero dai campi di concentramento gli operai per il loro progetto.


Specialisti imprigionati – stampatori professionisti, grafici, tipografi, tutti ebrei, buoni cittadini e lavoratori onesti – furono portati a Sachsenhausen per eseguire il piano.
Produrre denaro contraffatto era l’attività principale della “Gabbia dorata”, come i detenuti chiamavano la loro divisione, ma furono anche prodotti documenti e passaporti per i Servizi Segreti.
In tutto 134 milioni di sterline furono prodotte a Sachsenhausen, tre volte il fondo monetario della Gran Bretagna. Tra il 1942 e il 1945 furono 140 i prigionieri impegnati nella produzione di banconote da 5, 10, 20 e 50 sterline. Le banconote false dell’”Operazione Bernhard” erano così perfette che era quasi impossibile distinguerle da quelle autentiche.
Divisi dai prigionieri “normali”, i detenuti dei Blocchi 18 e 19 avevano condizioni di vita decisamente migliori del resto di Sachsenhausen e anche di tutti gli altri campi di concentramento. Mangiavano bene e ognuno aveva un letto su cui dormire.


Il Kommandant diede loro un tavolo da ping-pong e ogni tanto organizzava delle feste per sollevare loro il morale. Anche se non dovevano indossare le divise dei prigionieri, sapevano che i vestiti che portavano erano appartenuti ai detenuti morti nelle camere a gas. E la minaccia di morte era sempre presente se il loro lavoro non risultava all’altezza o veniva sabotato. Molti di loro sospettavano che essere a conoscenza di questa operazione top-secret li avesse comunque destinati alla morte, e che una volta compiuta l’operazione sarebbero stati eliminati.
Così contraffacevano denaro sotto costante paura della morte, tentavano di escogitare sempre nuove strategie per rallentare la produzione e creare più scarti possibili per guadagnare tempo – anche se erano consci di non poter sabotare il procedimento all’infinito senza rischiare le proprie vite.
Appena i prigionieri riuscirono a produrre sterline inglesi perfette, venne loro ordinato di contraffare dollari americani.


Nel 1944 per sostenere il “gruppo dei dollari”, Krüger portò al laboratorio un nuovo prigioniero, Salomon Smolianoff, noto come “Sally”, il più famoso falsario d’arte e denaro dell’epoca, un vero artista ebreo-russo.
È stato lui a ispirare il protagonista de IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD, Salomon Sorowitsch.
Come Sorowitsch, anche Smolianoff finì in prigione prima che scoppiasse la guerra perché lasciò che una bella donna lo trattenesse a Berlino una notte di troppo.
E proprio come è il Kommandant del campo, Friedrich Herzog ad arrestare Sorowitsch, nella realtà fu Berhard Krüger a mettere il “vero Sorowitsch” dietro le sbarre.
Smolianoff fu mandato al campo di concentramento di Mauthausen nel 1939, e si rese utile con le guardie S.S. come ritrattista e artista.
Nel 1944 fu trasferito al laboratorio di contraffazione di Sachsenhausen e arrivò “con un po’ di pancetta”, come ricorda un altro protagonista, Adolf Burger.
Ma l’anno finì senza che Smolianoff avesse prodotto un solo dollaro utilizzabile. Il gruppo riuscì a rallentare l’arduo procedimento di stampa per vari mesi. Smolianoff non prese parte alle azioni di sabotaggio come gli altri membri del gruppo; il maestro falsario lavorò duramente e dimostrò le sue abilità. Ma i suoi colleghi volevano ritardare la produzione il più possibile e rovinavano deliberatamente la gelatina necessaria per la stampa. Tuttavia, non fu possibile continuare a farlo all’infinito, e alla fine, riuscirono a produrre i primi dollari perfetti. I falsari, tuttavia, avevano ottenuto il loro scopo: gli Alleati stavano per arrivare, e i tedeschi non poterono più produrre grandi quantità di denaro falso.


LA FINE DELL’ “OPERAZIONE BERNHARD"

Ne IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD Sorowitsch e i suoi compagni di prigionia vengono liberati da Sachsenhausen. In realtà, i blocchi per la contraffazione vennero smantellati quando crollò il fronte orientale - all’inizio del 1945 - e i russi attraversarono l’Oder dirigendosi verso Berlino.
I prigionieri e il loro laboratorio furono spostati nelle Alpi e infine trasferiti al campo di concentramento di Ebensee a Salzkammergut, in Austria, dove i prigionieri furono liberati dall’esercito americano.
L’arrivo delle forze alleate impedì ai nazisti di trovare un posto sicuro per nascondere il denaro contraffatto. Gli uomini delle S.S. nel maggio 1945 si videro costretti a gettare nel lago Toplitz molte casse contenenti sterline inglesi false.
Del maestro falsario Smolianoff dopo la sua liberazione, si perse ogni traccia.
Si dice che arrivò a Montecarlo poco dopo la guerra, e che perse molti soldi al Casinò. Fu ben presto inserito nelle liste dei ricercati internazionali come falsario, ma si crede abbia anche contraffatto documenti di emigrazione per gli ebrei che tentavano di recarsi in Palestina.
Smolianoff morì in Argentina negli anni ’60.Si ritiene che abbia passato gli ultimi anni della sua vita “riscoprendo” i dipinti degli antichi maestri.


LE FONTI DELLA SCENEGGIATURA: LE ESPERIENZE DEL TESTIMONE ADOLF BURGER

Adolf Burger, uno stampatore professionista del villaggio slovacco Velká Lominca (in tedesco: Grosslomnitz), fu arrestato per ragioni politiche assieme a sua moglie e internato nel 1942. La sua giovane consorte fu uccisa ad Auschwitz-Birkenau, e lui fu mandato dopo un anno e mezzo al campo di concentramento di Sachsenhausen con altri “specialisti” per mettere su il laboratorio segreto dei nazisti.
Il 5 maggio 1945 fu liberato dalle truppe americane in un sub-campo del campo di concentramento di Ebensee. Tornò in Cecoslovacchia, dove riprese il suo lavoro di stampatore. Le sue memorie sono raccolte nel libro “The Devil’s Workshop. The Counterfeit Money Workshop of the Sachsenhausen Concentration Camp" (Hentrich & Hentrich, Berlino, 2006). Divenne la sua missione spargere i ricordi delle sue esperienze di quel periodo.
Oggi novantenne, Burger continua a viaggiare instancabilmente, a tenere seminari e a parlare nelle scuole per raccontare ai giovani la sua vita e fornire informazioni su cosa accadde veramente all’epoca.

LEGGENDE CHE CIRCONDANO "IL TESORO NEL LAGO TOPLITZ" – DOVE SI TROVA IL DENARO CONTRAFFATTO DELL’"OPERAZIONE BERNHARD"?


Con il titolo “Geld wie Heu” (Tonnellate di soldi), la rivista “Stern” diede nel 1959, notizia di un ritrovamento sensazionale nel lago Toplitz in Styria (Salzkammergut, Austria) di sterline inglesi false.
Furono rinvenute nove casse di denaro falso, insieme agli archivi segreti delle S.S.


Una volta che “Stern” riportò la notizia delle casse di denaro contraffatto, si alzarono sempre più voci riguardo le riserve d’oro e d’oggetti d’arte rubati dal Terzo Reich, che si diceva fossero stati mandati a fondo del lago Toplitz. Le persone del posto ricordano come i soldati li costrinsero a portarli con le loro barche sul lago alla fine della guerra, e ricordano anche le misteriose casse calate in acqua.
Sorse quindi la leggenda dell’oro sommerso, e il lago divenne la mecca dei cercatori di tesori di tutto il mondo.
Il lago Toplitz è lungo circa due chilometri e profondo 103 metri, e ad una profondità di 20 metri, la sua acqua non contiene più ossigeno. Molti tronchi d’albero che vennero gettati nel lago e non marcirono, resero il lavoro dei sommozzatori difficile e pericoloso.
Molti cercatori di tesori, tuttavia, hanno tentato la fortuna. Ma nel 1963, dopo misteriosi incidenti e la morte di un giovane sub durante una ricerca non autorizzata, le autorità austriache emisero un divieto contro le immersioni nel lago Toplitz. Per poter mettere fine una volta per tutte alle immersioni pericolose e al mito dell’oro nazista, il ministero degli interni austriaco lanciò un’enorme ricerca.

 
Fino agli anni ’80, i sommozzatori dell’esercito austriaco e la squadra degli artificieri rinvenne non solo altre casse piene di denaro falso e lastre da stampa, ma anche una notevole quantità di materiale bellico nazista. Con le bombe, i razzi, le mine, gli esplosivi e altre armi che vi trovarono, il lago divenne noto come “la discarica del Terzo Reich”.

UN'ALTRA STORIA DI ORDINARIA FOLLIA

ECCO UN'ALTRA STORIA DI ORDINARIA FOLLIA DI MARCA NAZISTA, IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO DELLA GERMANIA DEL 1944


Titolo in italiano: Il falsario-Operazione Bernhard

Titolo in lingua originale: Die Fälscher (The Counterfeiters)

Anno di produzione: 2007

Anno di uscita: 2007

Regia: Stefan Ruzowitzky

Sceneggiatura: Stefan Ruzowitzky

Soggetto: Dal romanzo del falsario scampato ai campi di concentramento Adolf Burger, The Devil's Workshop (L'officina del diavolo).

Cast: Karl Makovics (Salomon Sorowitsch)
August Diehl (Adolf Burger)
Devid Striesow (Sturmbannführer Holst)
August Zirner (Dr. Klinger)
Veit Stübner (Atze)
Sebastian Urzendowsky (Kolya Karloff)
Andreas Schmidt (Zilinski)
Tilo Prückner (Dr. Viktor Hahn)
Lenn Kudrjawizki (Loszek)
(...)

Musica: Marius Ruhland

Costumi: Nicole Fischnaller

Scenografia: Isidor Wimmer

Fotografia: Benedict Neuenfels

"La vera storia di Salomon Sorowitsch, falsario straordinario e bohémien…
Dopo essere stato intercettato in un campo di concentramento in Germania nel 1944, accetta di aiutare i nazisti in un’operazione di contraffazione organizzata per finanziare lo sforzo bellico.
Fu il più grande imbroglio di denaro contraffatto di tutti i tempi.
Furono stampate oltre 130 milioni di sterline, in condizioni che non avrebbero potuto essere più tragiche o spettacolari.
Durante gli ultimi anni della guerra, quando il Reich ormai vede la fine vicina, le autorità decidono di produrre delle banconote nelle divise dei loro maggiori nemici di guerra. Sperano di usare i falsi per inondare l’economia nemica e riempire le casse di guerra ormai vuote.
Nel campo di concentramento Sachsenhausen, due baracche vengono tenute separate dal resto del campo e dal mondo esterno, e trasformate in un attrezzatissimo laboratorio di contraffazione. Nasce così 'l’Operazione Bernhard'. Dei prigionieri vengono trasferiti a Sachsenhausen da altri campi per realizzare il piano: tipografi professionisti, pignoli funzionari bancari e semplici artigiani diventano membri di un commando top-secret.
Hanno una scelta: se collaborano con il nemico, hanno una possibilità di sopravvivenza, come prigionieri di prima classe in una “gabbia dorata”, con cibo a sufficienza da mangiare e un letto in cui dormire. Se sabotano l’operazione, li attende morte certa.
Per i 'falsari', non è solo questione di salvare le proprie vite, ma anche le proprie coscienze…".

sabato 2 aprile 2011

Quella mattina d'autunno

Ecco come appariva la scuola di Gorla prima dell'incursione del 20 ottobre 1944.



A Gorla (Milano) la scuola elementare Francesco Crispi accoglieva tutti i bambini del quartiere, figli di operai, di artigiani, di impiegati; molti di questi alunni erano stati fatti rientrare dallo sfollamento perchè i genitori erano convinti che ormai "la guerra era finita"; dato l'alto numero di piccoli che frequentavano la scuola si era resa necessaria l'istituzione del doppio turno.

Quella mattina i 200 bambini presenti erano i figli di chi poteva condurre una vita con qualche problema in meno (almeno dal lato economico) rispetto a chi, abitante nelle case della Fondazione Crespi Morbio, era considerato più bisognoso e prima di seguire le lezioni del turno pomeridiano usufruiva della refezione scolastica a carico del Comune. Pochi altri erano assenti per motivi di salute o perchè, vista la bella giornata di sole, avevano deciso di marinare la scuola...

Alle 11,14, quando suonò il piccolo allarme, le maestre cominciarono a preparare gli alunni per scendere nel rifugio, altre cercarono prima di informarsi in direzione se si trattasse del grande allarme e magari, il piccolo non l'avevano sentito. Quando alle 11,24 suonò veramente il grande, la testa del corteo formato dai bambini era già arrivata nel rifugio, altri si trovavano ancora sulle scale; in quegli attimi i bombardieri erano ormai visibili a tutti: nel cielo azzurro tanti piccoli punti argentei dai quali si staccavano altri punti ancora più piccoli.

Le bombe avevano iniziato a cadere sul quartiere. A questo punti alcuni bambini scapparono da scuola cercando di raggiungere la propria casa, con il rischio di essere colpiti per strada (come in alcuni casi avvenne). Trovandosi al piano terreno, la quinta del maestro Modena non dovette percorrere le scale, fu quindi l'unica classe che ebbe la possibilità di salvarsi al completo.

Per tutti gli altri il destino fu più tragico: una delle 170 bombe lanciate su Gorla si infilò nella tromba delle scale ed esplodendo causò il crollo dell'ala dello stabile e delle scale stesse sulla soletta in muratura che sovrastava il rifugio, trascinando con sè tutti i bambini ed i loro insegnanti nel cumulo di macerie. Anche numerosi genitori che al suono del piccolo allarme erano corsi a scuola per riprendere i propri figli, morirono nel crollo.



Presso il comando generale della 15a Air Force, dal febbraio 1944 era presente un rapporto della R.A.F. britannica dove si informava che gli stabilimenti milanesi operanti nel settore meccanico-siderurgico erano in piena attività, probabilmente al servizio dell'industria bellica; questo portò alla decisione di effettuare sopra la città di Milano una pesante incursione che distruggesse tutti gli impianti produttivi. La data decisa era quella venerdi 20 ottobre 1944.

Da ricerche effettuate sui foto-rilevamenti dell'epoca è singolare il fatto che dalla scelta degli obiettivi da colpire quel giorno vennero escluse grandi fabbriche come le Acciaierie e Ferriere lombarde Falck e la Caproni (produttrice di aerei) dove erano presenti davvero produzioni belliche, mentre la Breda, l'Alfa Romeo e la Isotta Fraschini oggetto della missione avevano decentrato tutta la loro produzione in stabilimenti ombra nella provincia o addirittura in Germania, dove furono costretti a trasferirsi molti operai della Breda; probabilmente gli informatori degli americani non erano molto "informati".


Questa è la foto scattata dall'aereo che sganciò le bombe su Gorla; spiega meglio di tante parole cosa avvenne quella mattina.

Sulla sinistra è visibile l'Initial Point, e cioè il punto da dove partono le rotte per raggiungere i diversi bersagli.

Sul lato destro la sottile linea quasi verticale è il viale Monza sul quale, in basso, è visibile il quartiere di Gorla.

La linea verde al centro mostra la rotta corretta (118°) seguita dalla prima ondata di bombardieri appartenenti al 451° group che centrò i capannoni situati ad ovest del viale Monza (1st attack unit).

In giallo è indicata la rotta di 096° che era quella tracciata per consentire alla seconda ondata di aerei di portarsi sopra il bersaglio loro assegnato, gli altri capannoni che vennero però completamente mancati (2nd attack unit).



Quella rossa e la linea che evidenzia la rotta di 140°, erroneamente seguita dal secondo gruppo; il comandante, resosi conto troppo tardi di essere finito fuori obiettivo, decise di lanciare lo stesso il suo carico sul centro abitato. La giornata era limpida, senza la nebbia o lo smog che sono presenti ai nostri giorni, non c'era alcuna possibilità di confondere le fabbriche con le abitazioni.

Il risultato di tale errore è chiaramente visibile in basso a destra: i puntini bianchi rappresentano le bombe cadute sulle abitazioni e sulla scuola di Gorla.

L'intestazione della foto indica:

Il bersaglio: MILAN BREDA WORKS
Il numero della missione: 138
La data: 20 ottobre 1944
L'ora: 11,24 a.m.
Il numero di bombe sganciate: 342 in totale dalle due ondate di bombardieri

...La città di Milano li ricorda così...